Saggio di etica per il III Millennio
La realtà in cui viviamo ci pone di fronte all’esistenza di soggetti forti e deboli, e purtroppo, la prassi che si attua attraverso la loro relazione, è tale che il soggetto debole risulta fin troppo spesso oggetto, perdendo così la sua identità e dignità di essere esistente. Si instaura così una “cacoprassi” che è il contrario della “ortoprassi” cioè una prassi strumentale che nega la prossimia: il riconoscimento dell’altro nella sua piena identità, specificità e concretezza. Scrive ancora Dussel, riprendendo Kant, che la prassi consiste “nell’attuazione della prossimità, dell’esperienza dell’essere prossimo per il prossimo, di porre l’altro come persona, come fine della mia azione e non come mezzo”. Ricordiamo che la radice etimologica di rispetto, proviene dal latino respicio: conosco, apprendo, questo ci porta a concludere che nel rispetto che si determina attraverso l’ortoprassi, entrambi i soggetti interagenti, si arricchiscono mediante una reciproca scoperta delle loro identità che racchiudono potenzialità infinite. Al contrario, nella cacoprassi si verifica un impoverimento reciproco, sia da parte del soggetto che, volendo conservare la sua identità a danno dell’altro, resta prigioniero del proprio essere se stesso, sia a causa di quel soggetto che, essendo ridotto ad oggetto, risulta privato della sua capacità di essere interattivo, non potendo reagire con pari dignità e libertà agli stimoli che gli vengono offerti. In tal caso, l’uno è impossibilitato a ricevere, l’altro a dare. Le condizioni dell’ortoprassi sono dunque........
