Teheran, abbattuta una scuola: 153 bambini morti e 95 feriti
Quando la guerra diventa linguaggio ordinario, la democrazia è già in pericolo. A Teheran una scuola viene centrata: 153 bambini morti, 95 feriti gravi. La parola usata è sempre la stessa, sterile e oscena: “effetti collaterali”. Un missile “fuori traiettoria”, un obiettivo “militare” nelle vicinanze, un errore tecnico. Ma quando i bambini muoiono a centinaia non è più un errore: è un sistema. È la normalizzazione dell’orrore. A Gaza la contabilità dei minori uccisi ha superato ogni soglia che una coscienza civile dovrebbe tollerare. Eppure Netanyahu è ancora lì. Politicamente vivo, saldo, determinato ad allargare il fronte come se la guerra fosse l’unico collante rimasto al suo potere. Ogni bomba sganciata è anche un messaggio interno: la sicurezza prima di tutto, la paura come strumento di governo, l’emergenza come anestetico morale. Dall’altra parte dell’oceano Trump gioca la partita più pericolosa: quella dell’uomo solo al comando. Annuncia operazioni militari come se fossero decreti aziendali. Parla alla Nazione dal proprio social senza contraddittorio trasformando la guerra in comunicazione diretta. Il Congresso aggirato, il dibattito ridotto a formalità, la complessità geopolitica compressa in slogan. Scatenare un conflitto contro un Paese immenso, popoloso, armato fino ai denti, non è una prova di forza: è una scommessa sulla pelle dei soldati e dei civili. È l’illusione che la volontà personale possa sostituire la strategia, che la propaganda possa sostituire la diplomazia, che il consenso di una parte basti a legittimare tutto. La prima democrazia del mondo non è un’azienda di proprietà del Presidente. Israele non è il feudo politico di un premier assediato dai propri fantasmi giudiziari e dalla propria sopravvivenza politica. Le istituzioni esistono per questo: per fermare la deriva quando il potere perde il senso del limite. Se i Parlamenti non reagiscono, se gli alleati tacciono, se l’opinione pubblica si abitua alla conta dei bambini morti come a un bollettino meteorologico, allora il problema non sarà più solo la guerra. Sarà l’erosione silenziosa delle democrazie stesse. Non servono uomini forti. Servono istituzioni forti. E serve il coraggio di dire che quando la guerra diventa strumento di consenso, chi governa ha già smesso di governare: sta solo incendiando il futuro.
