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Dopo il referendum, la sfida della legge elettorale: far scegliere davvero i cittadini

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13.03.2026

Dopo il referendum la politica dovrà rispondere a una domanda che continua a evitare: chi risponde davvero agli elettori? Il partito o la persona? In un sistema che troppo spesso premia l’appartenenza più del merito il rischio è sotto gli occhi di tutti: rappresentanti scelti dalle segreterie e non dai cittadini, fedeltà ai leader più che ai territori, carriere costruite all’ombra di un simbolo invece che alla luce di un consenso conquistato sul campo. Da anni ci lamentiamo di una classe dirigente distante, talvolta impreparata, incapace di intercettare le priorità reali del Paese. Ma come potrebbe essere diverso se molti eletti non hanno mai davvero incrociato lo sguardo dei loro elettori? Se non hanno percorso le periferie, visitato le aziende in crisi, ascoltato insegnanti e operatori sanitari, raccolto le storie di chi ogni giorno tiene in piedi l’Italia reale? Troppo spesso si scambia il flusso dei social per il polso della nazione, il consenso digitale per partecipazione autentica. Ma un “like” non è una stretta di mano e un trend non è un programma politico. Il nodo è la legge elettorale. Perché è lì che si decide il rapporto tra eletto ed elettore. Un sistema che restituisca centralità alla scelta dei cittadini – e non soltanto agli equilibri interni ai partiti – può cambiare la qualità della rappresentanza. Ogni candidato dovrebbe essere chiamato a conquistare il proprio seggio con la credibilità, la competenza e la coerenza della propria storia personale. Non per investitura dall’alto, ma per riconoscimento dal basso. La politica torna autorevole quando chi chiede il voto sa di doverlo meritare. Quando conosce il territorio palmo a palmo, non per dossier ricevuti via mail ma per esperienza diretta. Quando sa che le promesse non bastano e che la fiducia è un capitale fragile che si costruisce lentamente e si perde in fretta. Riformare la legge elettorale non è un esercizio tecnico per addetti ai lavori. È una scelta che riguarda la qualità della nostra democrazia. Perché senza un legame vero tra elettori ed eletti la distanza si allarga, la sfiducia cresce e l’astensione diventa l’unico, silenzioso partito che vince.

Se vogliamo una politica più forte, dobbiamo pretendere candidati più forti. E più liberi. Liberi di rispondere prima di tutto ai cittadini.


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