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Gli iraniani divisi tra odio per il regime islamico e paura per la guerra

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05.03.2026

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Gli iraniani divisi tra odio per il regime islamico e paura per la guerra

Dal primo giorno di guerra, Stati Uniti e Israele hanno bombardato più di duemila obiettivi militari e infrastrutturali in Iran, uccidendo alcune delle cariche più importanti del regime islamico. Ma il sistema costruito dagli ayatollah a partire dal 1979 si sta rivelando più solido ed elastico di quanto Trump e Netanyahu sperassero.

E così, dopo l’assassinio della Guida suprema Ali Khamenei da parte di Washington e Tel Aviv, l’Assemblea degli esperti è già pronta a nominare il suo successore (e forse lo ha già fatto). Tutti gli occhi sono puntati sul figlio del leader, Mojtaba Khamenei, ma che sia lui o qualcun altro a portare avanti la Rivoluzione khomeinista, al popolo iraniano importa poco.

Gli iraniani sono stanchi del regime

L’ultimo sondaggio affidabile sulla volontà degli iraniani è quello realizzato dall’istituto Gamaan a fine settembre. I dati sono stati dunque raccolti prima della strage compiuta a gennaio 2026 dal regime, che ha soffocato nel sangue le proteste popolari uccidendo fino a 30 mila persone a sangue freddo in due soli giorni sparando ripetutamente sulla folla (più della metà dei civili uccisi dalla Russia in quattro anni di guerra in Ucraina).

Nonostante sia altamente probabile che oggi il consenso verso la Repubblica islamica sia molto inferiore a quello dell’anno scorso, già a settembre secondo Gamaan solo l’11,8% degli iraniani era favorevole al regime degli ayatollah. Escludendo un 13,2% che ha preferito non esprimersi e un 12,5% che sperava in una riforma interna del regime, il 62,5% degli iraniani desidera la fine della Repubblica islamica.

Si spiegano così i tanti filmati che hanno fatto il giro del mondo di iraniani che, in patria e all’estero, esultano alla notizia dell’uccisione di Khamenei.

🇮🇷 Wild footage from IranPure joy of the people of Iran after the death of Khamenei. pic.twitter.com/IZb0BV3goC— Faezeh Alavi (@SFaeze_Alavi) February 28, 2026

🇮🇷 Wild footage from IranPure joy of the people of Iran after the death of Khamenei. pic.twitter.com/IZb0BV3goC

Si fa presto a dire “regime change”

Le probabilità che la guerra lanciata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran realizzi il tanto agognato regime change sono però molto basse. «Non abbiamo buoni precedenti di cambio di regime e di nation building. Non puoi aprirti la strada al cambio di regime con le bombe», ha dichiarato al Corriere l’ex direttore della Cia, Leon Panetta.

Per quanto i raid possano indebolire la capacità del regime di attaccare e minacciare i paesi confinanti, non sono certo i missili balistici che i Guardiani della rivoluzione utilizzano per soffocare le proteste popolari. E in un paese sterminato grande cinque volte l’Italia con 90 milioni di persone è illusorio sperare di disarmare l’esercito e le milizie fedeli ai Pasdaran dall’alto, con le bombe.

L’azzardo di inviare soldati in Iran

Poiché i raid non bastano ad abbattere un governo ben organizzato (e l’amministrazione Usa lo sa), Donald Trump non ha escluso l’invio di truppe americane sul terreno, mentre secondo il Wall Street Journal gli Usa potrebbero chiedere a milizie curde di fare il lavoro sporco e combattere strada per strada contro i Pasdaran e gli uomini della forza Basij.

Ma compiere un’invasione su larga scala dell’Iran sarebbe un azzardo «per il costo di vite umane e perché abbiamo imparato in Iraq che non necessariamente produce i risultati sperati», continua Panetta. Senza considerare che la minoranza curda, con le sue istanze autonomiste e secessioniste, non è affatto ben vista dalla maggioranza persiana.

I precedenti disastrosi di Iraq e Libia

Non solo. Come ricorda in un’analisi sul Giornale Gian Micalessin, l’escalation finale è un «trappolone», come dimostrano i disastrosi precedenti di Iraq o Libia. Ma anche una campagna di bombardamenti che si protrae per settimane alla lunga diventa controproducente. Da una parte impedisce a chi potrebbe rovesciare il regime, come l’opposizione iraniana o reparti ribelli dell’esercito, di scendere in piazza. Dall’altra la distruzione di infrastrutture civili e la perdita di vite umane innocenti, impossibili da evitare in qualsiasi campagna di raid su larga scala, «contribuisce a far decantare l’odio contro il regime, incrementa il nazionalismo e rende meno “accettabile” l’immagine dei cosiddetti liberatori».

Opzioni facili, per Usa e Israele, non ce ne sono. Se infatti cadesse il regime degli ayatollah, chi potrebbe garantire che le scorte di uranio arricchito iraniano non cadano nelle mani sbagliate? Come scrive ancora Micalessin, gli Usa potrebbe decidere per l’invio “limitato” di forze speciali americane, ma «purtroppo  – come insegnano l’esperienza di Vietnam e Afghanistan – l’escalation inizia sempre con l’invio di un contingente “limitato”».

«La colpa è del regime»

Dalle testimonianze raccolte con difficoltà dal Guardian (internet è praticamente inaccessibile in Iran dall’inizio del conflitto), si evince che la popolazione iraniana è combattuta. «Sono contro questa guerra», dichiara una regista di Teheran, Zhila. «Ma credo anche che non abbiamo altre opzioni se non cercare l’aiuto dei paesi stranieri. Mi devasta vedere quanta gente sta morendo (le vittime civili sono più di 700 in Iran – nda), ma non possiamo neanche dimenticare le migliaia uccise dal regime. Mi trovo in uno strano stato mentale».

«È colpa del regime se siamo in questa situazione», afferma Matin, giornalista che vive nella capitale, «ma questo non significa che io non sia spaventato dai raid americani che uccidono molta gente innocente. Non posso neanche esultare nel vedere la mia città ridotta in questo modo. Sono davvero spaventato. Vogliamo libertà e vogliamo anche che i Guardiani della rivoluzione paghino per tutti il sangue che hanno versato. Ma chi riporterà indietro le vite di chi muore sotto le bombe? Sono spaventato».

«Usa e Israele non si fermeranno»

I timori sono legittimi. Ieri un sottomarino americano ha affondato un nave da guerra iraniana al largo delle coste dello Sri Lanka con un siluro, prima volta per gli Usa dalla fine della Seconda guerra mondiale, causando come minimo 80 morti. Il capo dello Stato maggiore congiunto degli Usa, Dan Caine, ha dichiarato ieri che il lancio di missili balistici iraniani rispetto al primo giorno è diminuito dell’86%, del 23% solo nelle ultime 24 ore. Nonostante questo, ieri un missile iraniano ha centrato l’area metropolitana di Tel Aviv, e un altro diretto verso la Turchia è stato intercettato dalle difese aree della Nato. «L’articolo 5 della Nato però non sarà attivato», ha dichiarato il ministro della Difesa americano, Pete Hegseth.

Come dichiarato a Repubblica da Yigal Carmon, fondatore di Memri, «l’Iran ha molte più armi di quante si possa immaginare ed è determinato, se deve soccombere, a portare con sé anche altri paesi». Nonostante questo, prosegue l’analista, «anche se non sarà facile, l’unica soluzione che Trump e Israele possono accettare è [instaurare] un nuovo governo, più vicino all’Occidente. Non ci sarà una soluzione venezuelana, non c’è una Delcy Rodriguez in Iran».

Ma come sia possibile raggiungere questo risultato, ancora non è chiaro a nessuno.

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