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L’individualismo borghese fatto a pezzi all’“Università popolare” di Mp

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L’individualismo borghese fatto a pezzi all’“Università popolare” di Mp

Nel corso del 1976 il Movimento Popolare diede vita al progetto “Università popolari”: la pubblicazione di alcuni libretti e della serie di dispense “Cristiani e società italiana” sui quali in quell’anno e nei seguenti si tennero appuntamenti della “Scuola popolare” e altri incontri. Il primo testo a essere pubblicato (sotto la dicitura “testi 1”) fu “Una strada per l’uomo nella crisi attuale”. Si tratta di un intervento di 64 pagine non firmato, attribuibile ad Emilio Bonicelli. Di seguito ne proponiamo alcuni estratti. I primi sono presi dal capitolo “L’individualismo possessivo come caratteristica fondamentale della concezione borghese del mondo”. I titoletti tra i paragrafi sono aggiunti dalla redazione.

Nonostante i grandi mutamenti che si sono susseguiti negli ultimi due secoli della storia occidentale, una convinzione è rimasta immutata: libertà è uguale a proprietà. Vivere significa possedere. Al di là delle molteplici opposizioni di pensiero, dei contrasti tra varie ideologie che fiorirono abbondantemente a partire dal Rinascimento, questa equazione ben raramente venne posta in discussione. Essa è del resto così ovvia ancora ai nostri giorni, che non richiederebbe particolari spiegazioni tanto è connaturata alla nostra mentalità: non volendo prendere l’equazione tra libertà e proprietà in un modo materialistico banale, ma intendendo con proprietà anche la possibilità di disporre di doti spirituali, di affetti, di amicizia e così via, essa è ormai una cosa evidente nei fatti e nelle idee delle persone. Un’idea diversa da quella convinzione appare immediatamente come qualcosa di bizzarro: come è possibile infatti pensare a me, senza pensare a tutto ciò che posseggo? Il corpo, l’intelligenza, la casa, ciò che mi serve, ciò che mi piace, tutto questo può dare a uno che vuole conoscermi una immagine approssimata di ciò che sono. […]

Dire che si è liberi nella misura in cui si è proprietari, significa aver dato un contenuto determinato al desiderio di felicità dell’uomo: appunto il possedere sempre di più. Libertà ha sempre voluto esprimere la capacità dell’uomo di realizzarsi, di portare a compimento il desiderio fondamentale che lo anima. Ma questo concetto formale di libertà ha sempre cercato il suo contenuto: cos’è libertà? Diventa chiaro allora che mettere in discussione l’equazione tra libertà e proprietà, vuol dire prima di tutto confrontare il desiderio con ciò che è stato storicamente posto come suo oggetto, come bene a cui tendere.

Dall’inizio del pensiero moderno questo oggetto, questo bene è visto nel possesso individuale. Che infatti sia io a possedere e non un altro, sembra anche questo ovvio. Anche quando io mi sento realizzato e soddisfatto di alcune cose che non sono propriamente mie (la tranquillità sociale, l’ordine pubblico, la giustizia, eccetera), lo sono poiché esse mi riguardano, sono in qualche modo parte di me. Questa conciliabilità può essere pensata in modo più o meno drammatico, più o meno esigente sacrifici per l’individuo: in ogni caso il gioco dei vari egoismi, si pensa, genera una solidarietà comune. Essa è comunque il risultato del mio individualismo possessivo, non certo il fondamento. Al fondo di questa concezione si ritrova dunque che la libertà è una qualità, una caratteristica dell’uomo concepito come individuo singolo […].

La contraddizione tra individualismo possessivo e idealismo universale

Per questo, accanto alla parola “proprietà”, all’inizio dell’epoca borghese troviamo l’altra grande parola chiave delle nuove filosofie: “individuo”. Alla vecchia fede religiosa si sostituiscono le costruzioni logiche dello spirito ideologico: il criterio ultimo della verità è dato dalla ragione individuale dell’uomo, che tende alla conservazione di sé e al possesso del mondo. L’era moderna si forma dunque sulla base di ciò che è stato definito “l’imperialismo intellettuale del principio dell’interesse egoistico”. Tutti i tentativi filosofici miravano a fondare razionalmente e universalmente quell’interesse egoistico dei singoli in un quadro di rispetto reciproco dei vari egoismi. […]

La costituzione dei diritti dell’uomo, le costituzioni politiche che ritroviamo agli inizi delle democrazie liberal-borghesi dell’Inghilterra, degli Stati Uniti d’America e infine i famosi princìpi del 1789 della Rivoluzione francese, libertà, fraternità, eguaglianza e giustizia, sono tutti concepiti come una espressione della ragione dell’uomo. Il concetto di ragione è quindi universalmente valido, si estende a tutti gli uomini: essa è posta come ideale oggettivo e come norma etica di un comportamento che voglia essere appunto umano e razionale.

L’individualismo possessivo infatti non può manifestarsi per quello che è: egoismo, arbitrio, capriccio del singolo contro gli altri e contro ogni regola precostituita. Una simile posizione sarebbe gretto materialismo e relativismo; occorre dunque che la pratica individualistica del soddisfacimento dei propri interessi trovi una giustificazione a livello di valori ideali e oggettivi: il concetto di ragione e i princìpi che da essa derivano sono appunto l’ideologia borghese che definisce un concetto universale di uomo, in base al quale diventa possibile una convivenza regolata da valori. Diventa chiara allora la contraddizione fondamentale del pensiero borghese: da un lato esso dà al desiderio dell’uomo un contenuto individualistico e materialistico; dall’altro deve mascherare questo individualismo possessivo sotto una visione formale idealistica e universale. […]

La riduzione moralista della religione

Per un lungo periodo della storia (quello liberale borghese) l’equilibrio fra i due aspetti è stato mantenuto. […] l’uomo borghese del Settecento crede sinceramente nei valori di uguaglianza e di libertà, nei “diritti dell’uomo”, ed è convinto che il suo comportamento sia razionale, umano e morale. La religione trova dunque un suo spazio all’interno della concezione borghese. Come la lotta tra materialismo volgare e idealismo troverà alla fine un suo equilibrio, così anche il contrasto tra i pensatori che vogliono mantenere le verità della fede cristiana e i pensatori atei troverà un compromesso: alla fine ciò che risulterà importante non sarà il contenuto vero e proprio della fede cristiana, sulla quale si era regolata la società, ma una ordinata convivenza civile.

La fede nel Dio Padre dei cristiani si trasforma così nell’atteggiamento della credenza in Dio (deismo degli illuministi). […] La religione si trasforma inevitabilmente in morale: il corrispettivo pratico di questa trasformazione è visibile nel moralismo dell’individuo borghese che rifiuta o si sottomette a malincuore alle pratiche di pietà (cose da donne o da bambini) ma è intransigente (almeno a livello pubblico) su certi valori morali. Assistiamo così a un vero e proprio “compromesso storico” fra l’ideologia borghese e la fede cristiana, nonostante le continue e mai sanate tensioni fra Chiesa e Stato liberale, fra comunità cristiana e individualismo borghese, fra fede e ragione. Queste tensioni testimoniano la precarietà dell’equilibrio e la coscienza del contrasto di fondo fra concezione liberale e visione cristiana della vita.

La scienza come mezzo per il dominio

Se da un lato l’ideologia borghese deve fare i conti con i valori ancora presenti, soprattutto nel popolo, della fede cristiana (problema ragione-fede), dall’altro essa trova (o crede di trovare) un supporto decisivo per la propria concezione di libertà nei progressi della scienza. […]

Storicamente la scienza non si costituisce come “sapere neutrale”. Essa si colloca e viene esaltata all’interno di un contesto teorico determinato: è il contesto del pensiero borghese, è la logica del dominio sulla natura per il progresso indefinito della ricchezza dell’uomo. Allo stesso modo che Machiavelli e i pensatori seguenti fondarono la scienza politica (come dominare gli uomini), così le scoperte scientifiche naturali erano pensate in funzione del possesso della natura. Sapere è potere. Il momento tecnico-scientifico cioè acquista il suo senso solo all’interno della logica del dominio.

Che l’uomo debba sempre e comunque dominare la natura, come la manipola, perché la manipola e a quale scopo, tutto questo non fa certo problema. Il principio dell’individualismo possessivo è la risposta implicita nella coscienza del borghese a tutta questa serie di domande: che dominare la natura sia uguale a progresso dell’umanità è un assioma dogmatico. La scienza è pensabile solo all’interno dello schema liberal-borghese, e in quanto tale essa acquista il suo significato rivoluzionario. Si vuole conoscere non per contemplare, ma per dominare. La libertà si rivela dunque come lotta fra gli uomini per il dominio sulla natura.

Scindere gli elementi tecnico-conoscitivi della scienza dal principio ideologico del dominio non è un’impresa facile: la scienza a servizio dell’uomo è uno slogan troppo facilone se non si dice chiaramente cosa si intenda per servizio e per quale tipo di uomo. Proprio l’illuminista borghese si è fatto portatore della scienza a servizio dell’uomo: cioè conoscere per dominare con ogni strumento la natura e per affermare individualisticamente se stesso contro gli altri. […]

Nel secolo XVIII l’illusione del progresso della ragione, sulla base di un indefinito sviluppo della tecnica e delle forze produttive, vive il suo trionfo. Il desiderio dell’uomo ha trovato finalmente nella concezione borghese un contenuto che si pensa gli sia adeguato: affermazione di sé e possesso delle cose sono il senso della vita. L’accumulazione capitalistica è la misura visibile e tangibile della felicità del singolo e del benessere di una nazione.

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