Mirela, che legge quando il telegiornale non basta
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Mirela, che legge quando il telegiornale non basta
Mirela lavora per una cooperativa di pulizie. Entra negli uffici quando gli altri escono. Sistema scrivanie, svuota cestini, rimette in ordine carte che non le appartengono. Passa un panno sulle impronte lasciate da chi decide, firma, telefona. Di quei tavoli conosce la polvere, non le strategie.
Si muove in silenzio. Le scarpe hanno imparato a non farsi sentire. Ogni stanza ha un odore diverso. Caffè freddo, carta stampata, deodoranti troppo dolci. Lei apre le finestre quando può, come se l’aria fosse una forma minima di giustizia.
La sera accende il telegiornale. Ascolta nomi che non ha mai incontrato sui citofoni delle case dove lavora. Signorini, Corona, Pucci. Parole dette come se dovessero importare a tutti. Volti illuminati, sorrisi studiati, polemiche che sembrano urgenti e non toccano nulla.
Dice di non capirci nulla. Ma non è lei che non capisce. È che quelle storie non le parlano. Non somigliano a nessuno che conosca. Non spiegano perché il pane costa di più o perché la collega è stata lasciata a casa. Non raccontano la fatica delle scale senza ascensore, né il rumore dei secchi trascinati nei corridoi lunghi.
Resta seduta, con le mani ancora screpolate dal detersivo. Le dita segnate, le unghie corte. Guarda le immagini che scorrono veloci. Cambiano argomento prima che una frase finisca di posarsi. Poi spegne. Non per rabbia. Per stanchezza di superficie.
Prende un libro. Legge lentamente. Non salta le righe. Le sottolinea. A volte torna indietro, rilegge una pagina come si ripassa una stanza per vedere se è rimasta polvere negli angoli.
Non sa discutere di gossip televisivo. Ma sa riconoscere una frase che pesa. Dice che nei libri le persone hanno un nome e una fatica. In televisione hanno solo una luce addosso.
Legge e il rumore si abbassa. Non per ignoranza. Per scelta. E in quella scelta silenziosa, ogni sera, decide da che parte stare.
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