Di mestiere pasdaran
L’inverno del dissenso, in Iran, è un quadro a tinte rosse. C’è il rosso della rabbia, buono per tutte le stagioni e le latitudini; c’è quello meno banale dei conti in banca, livellati da una delle peggiori crisi inflattive della storia recente; e poi c’è il rosso del sangue di migliaia di rivoltosi (per cui i numeri ad oggi oscillano tra le 4.000 e le 16.000 vittime), che fuor di palette si potrebbe chiamare rosso pasdaran, perché il suo spargimento è esclusiva di una speciale categoria di pittori: il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica (IRGC).
Un passo indietro, al contesto.
Le proteste nate il 28 dicembre 2025 e proseguite nel gennaio 2026 hanno sancito il fallimento del contratto sociale tra la repubblica degli ayatollah e la sua popolazione. In piazza non ci sono più solo gli studenti o le frange più progressiste della popolazione, ma i lavoratori e i componenti di una classe media impoverita fino all’osso; persone estenuate da mestieri divenuti insufficienti per sostenerli, ridotte a fare due o anche tre lavori, nel tentativo di tirare avanti – senza riuscirci. Le cause dell’inflazione risiedono nelle sanzioni secondarie varate da Trump nel 2018, ma non è l’unica ragione di malcontento: le infrastrutture iraniane mostrano la corda da diverso tempo, a tutti i livelli (basti pensare che nella capitale, Teheran, ci sono gravi difficoltà all’approvvigionamento idrico, blackout controllati per risparmiare energia, e una subsidenza endemica che fa sprofondare interi quartieri di circa 30 cm all’anno). La prospettiva di morire in piazza non è poi così terribile, se la sopravvivenza è diventata una variabile politica ingestibile.
In altre parole, quella iraniana non è una crisi ideologica, ma la conseguenza di una brutale matematica della fame, con il rial precipitato alla quotazione di 1,48 milioni per singolo dollaro statunitense nel gennaio 2026. La chiusura del Grand Bazaar di Teheran – storicamente il polmone finanziario del regime – è stata l’urlo di un sistema mercantile strangolato dall’iperinflazione: in Iran un televisore di importazione è arrivato a costare quattro anni di affitto di un appartamento a Teheran. Nella teocrazia sciita, in cui il costo della vita è aumentato del 70% in pochi mesi, la fedeltà non si compra più con le preghiere, ma con l’accesso alle risorse.
È qui che si traccia la demarcazione tra una popolazione civile che scivola nell’indigenza e una casta pretoriana, i pasdaran (“guardiani” in persiano; al singolare, pasdar), pagati per garantire che il collasso economico non si trasformi in caduta del regime. Chi sono queste figure? Come lavorano, in cambio di cosa? In estrema sostanza: per che ragioni continuano a difendere una dittatura che ha da tempo esaurito il suo credito nei confronti del fanatismo?
Partiamo dalla dimensione macroscopica. Il settore della difesa iraniano è solcato da una dicotomia strutturale: da un lato l’Artesh, l’esercito regolare, e dall’altro l’IRGC, i pasdaran.
L’Artesh, istituzione che precede la rivoluzione del 1979, è incaricato della difesa dell’integrità territoriale e dell’indipendenza politica dell’Iran, agendo come una forza militare convenzionale. Al contrario, l’IRGC è nato per proteggere la rivoluzione degli ayatollah e i suoi valori teocratici, cosa che giustifica l’intervento in ogni ambito della vita sociale, politica ed economica.
Questa differenza si riflette nelle risorse umane e........© SenzaFiltro
