Il caso di Chiara Poggi e il senso del ridicolo
Torna a riscaldare le cronache (nere?) dopo circa una ventina di anni dai fatti, l’omicidio di Chiara Poggi, in quel di Garlasco, un tempo appartato centro agricolo della pavese Lomellina oggi, e certo per lungo tempo ancora, contrassegnato dai misteri d’un delitto che, con ogni probabilità, non troverà mai una sua credibile soluzione.
Qualsiasi sperimentato investigatore sa sin troppo bene che, una volta che sia trascorso un certo qual lasso senza che si sia giunti ad un’accettabile ricostruzione dei fatti, nelle indagini a carattere indiziario la verità non salterà mai più fuori, almeno quella assistita da una sufficiente congruenza di concordanze.
Il processo ‘indiziario’ si ha quando manchino prove dirette: vuoi di carattere documentario, come possono essere telecamere che abbiano registrato il responsabile all’opera, o testi sufficientemente attendibili che tengano luogo delle telecamere o, anche, in ipotesi d’arresto nella flagranza del crimine; o, ancora, in altro genere di delitti, in presenza documenti non confutabili, arricchiti da riscontri ineludibili.
Ma queste situazioni, nei processi penali, si danno assai di rado – per intenderci: il pactum sceleris, sottoscritto dai sodali, è caso di scuola – normalmente è necessario servirsi dell’intelligenza – induttiva, deduttiva, abduttiva – per raccordare elementi vari, i quali, messi in linea secondo probabilistiche ipotesi, significano qualcosa di preciso: che incastra, al di là di ogni ragionevole dubbio (formula ipocrita, ma indispensabile alla conservazione dell’ordine sociale), la responsabilità di qualcuno. E amen.
Tutto questo costrutto – su cui regge la........
