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Rifondare lo Stato per superare le degenerazioni dello statalismo

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14.04.2026

Se la persona è il centro della società, lo Stato è il centro della politica. La retorica che ha imbolsito il dibattito sulla opportunità del “ritiro” dello Stato dalla sfera economica, nella quale la sua presenza era da considerarsi addirittura nociva (ma non nei settori strategici), ha purtroppo finito per dilatarsi nella negazione dello Stato  quale unica forma giuridico-politica in grado di incarnare i valori della res publica e, dunque, della comunità nazionale.

Anzi, in molti casi, e a prescindere dagli schieramenti, lo Stato viene considerato come un “nemico” da abbattere, come un’entità malvagia cui opporre, per esempio, il diritto delle autonomie ad ergersi contro di esso quali controparti, come se dette autonomie non fossero elementi essenziali e costitutivi dello Stato stesso.

Non è così, naturalmente se perfino un lucido critico dello Stato-padrone come Luigi Sturzo sosteneva che lo Stato rettamente inteso è un ordine indispensabile al vivere civile e quanto più lo Stato è forte e giusto, tanto più la convivenza civile viene assicurata. Lo statalismo, invece, è la perversione dell’idea di Stato in quanto distruttore di ogni ordine istituzionale e di ogni morale amministrativa.

Perciò lo statalismo non è in favore dello Stato, ma contro di esso, mentre la partitocrazia – una delle “male bestie” sturziane – è il fenomeno più appariscente della malattia statalista. Non negava Sturzo l’intervento statale in determinati casi, ma l’interventismo generalizzato. Non discuteva la direttiva dello Stato, ma il dirigismo. Non avversava gli enti statali, ma la statizzazione dell’economia.

In contrapposizione allo Stato da qualche tempo sembra di moda invocare il principio di sussidiarietà, non........

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