menu_open Columnists
We use cookies to provide some features and experiences in QOSHE

More information  .  Close

Trump, Xi, Putin: le sfide e velo islamico a New York

9 0
08.02.2026

Hanno aperto soltanto uno spiraglio di speranza i colloqui tra le delegazioni di Stati Uniti ed Iran, guidate rispettivamente dall’inviato speciale americano Steve Witkoff e dal ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi. Una riunione che Teheran ha preteso - non a caso - si svolgesse a Muscat, capitale dell’Oman, scartando Istanbul.

Il sultano Haitham bin Tariq è succeduto circa sei anni fa al cugino Qabus bin Said, il quale per mezzo secolo ha governato con gran saggezza il Paese facendosi apprezzare come “uomo di pace” dai regimi sunniti e sciiti. Haitham tiene a ereditarne il ruolo. Il presidente turco Tayyp Erdogan è stato finora mediatore tra Washington, Mosca e Teheran.

Ai suoi sforzi volti a favorire il ritorno al tavolo dei negoziati di americani e iraniani si erano uniti i leader di Arabia Saudita, Egitto, Qatar, Paesi interessati (segnatamente quelli che ospitano basi Usa) ad un compromesso che eviti un allargamento del confronto militare in una macro-regione mediorientale segnata dal fuoco della guerra. Conflitti che, anche per contagio ma non solo, dilagano nel continente africano, dalla Somalia al Sudan, dalla Libia alla ex Francafrique, dalla Nigeria al Congo e al Mozambico settentrionale.

Il tavolo dei negoziati a Istanbul è parso agli occhi dei fondamentalisti di Teheran troppo affollato: quasi tutti sunniti i partecipanti e tutti troppo interessati a un Iran militarmente più debole, cioè senza armi nucleari, senza missili a media e lunga gittata, senza droni con eccessiva autonomia, e con un programma nucleare ad uso strettamente civile che preveda custodito all’estero (in Turchia) l’uranio processato.

Un Iran nel quale il potere non sia accentrato nelle sole mani dei Pasdaran ma venga un tantino equilibrato da un parlamento (certo, preventivamente ‘filtrato’), forze armate, oligarchia........

© Roma