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Il regista dissidente: “Sollievo viscerale. Ma cambierà poco”

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02.03.2026

Iran, donne disperate per la morte di Ali Khamenei

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Roma, 2 marzo 2026 –  Quando aveva 16 anni è stato rinchiuso per sei mesi nel carcere di Evin, famigerato simbolo della repressione in Iran. Un incubo per dissidenti, giornalisti, attivisti e membri di minoranze etniche e religiose. Fu arrestato perché sorpreso con un libro di Gramsci in tasca. Torturato con il metodo del pollo arrosto (nudo, legato mani e piedi a un palo che gira come uno spiedo, sospeso in aria e frustato). Infine liberato grazie a un trucco paradossale: “I miei, che mi pensavano morto, pagarono un giudice corrotto perché dicesse che la mia colpa non era possedere un libro ma una pistola. All’epoca c’era l’amnistia per chi deteneva armi illegali e mi sono salvato”. Fariborz Kamkari ha 53 anni. Regista, sceneggiatore e scrittore iraniano-italiano, non è stato preso in contropiede dall’attacco a Teheran.

Ali Khamenei è responsabile dell’orrore che lei ha vissuto da ragazzo. Considera la sua morte un risarcimento?

“No. Sono veramente dispiaciuto del fatto che quell’uomo, e uomo mi sembra un’esagerazione, sia riuscito a evitare il tribunale. Non dovrà mai rispondere dei crimini contro migliaia di persone. Andarsene in un raid che arriva dal cielo è una grazia immeritata”.

Che cosa ha rappresentato?

“L’aberrazione del potere assoluto. Ha inventato un sistema di sudditanza come nelle antiche monarchie dove nessuno aveva il diritto di scegliere nulla, nemmeno il nome da dare ai figli. A scuola mi prendevano in giro per il mio, che in curdo antico significa aureola”.

Cosa si aspetta possa succedere adesso?

“È già tutto scritto, i pasdaran o l’erede dello scià appartengono allo stesso piano di cambiamento di facciata. La struttura del potere resterà la stessa, con qualche concessione alla libertà individuale delle donne, sempre piacevole per la comunità internazionale. Dopo il 1923. Il 1953, e il 1979, questa è la quarta volta che viene scippata all’Iran la possibilità di diventare un Paese democratico”.

Sarebbe sceso in piazza a festeggiare, si fosse trovato a Teheran e non a Roma?

“Penso di sì, per questioni di pancia. In fondo è pur sempre la fine dell’uomo che ha rovinato la vita di tanti in quarant’anni, un sollievo viscerale. Ma dopo l’euforia sarei tornato realista. Questa è una resurrezione pianificata da altri, che non ha niente a che vedere con il sogno del movimento donne e libertà. È ancora una volta una rivoluzione muscolare e maschilista e i suoi slogan ci riportano indietro di molti decenni”.

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