“Sono sopravvissuta, ma ho coperto tutti gli specchi”. Parla la donna lapidata da uno sconosciuto: “Devo avere fiducia, non ho scelta”
Sondrio, i soccorsi alla donna aggredita da uno straniero (foto Ansa / Anp)
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Sondrio – “Sono viva, sopravvissuta a un tentato omicidio, ma non posso certo dire di sentirmi bene”. “Come stai?” se lo sente domandare decine di volte al giorno, tutti i giorni, da quel Venerdì Santo nel quale ha seriamente rischiato di finire ammazzata a pietrate per mano di un uomo che neppure conosceva. Aggredita mentre passeggiava non distante da casa, nella zona del ponte di Gombaro, a metà pomeriggio di una tiepida giornata di inizio primavera a Sondrio.
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Per l’uomo - un 37enne richiedente asilo del Congo, incensurato, che quel giorno dopo l’aggressione si è scagliato anche contro un’automobilista che si era fermata a soccorrere la vittima e poi ha vandalizzato un’auto - è stato convalidato l’arresto in carcere, per lei – affermata professionista valtellinese 54enne – sono i giorni di una convalescenza dedicata a lenire ferite che non sono – né potrebbero essere – soltanto fisiche.
“L’aggressore mi ha fracassato la mandibola. I chirurghi me l’hanno ricostruita, ma al momento ho un male terribile. Ho ferite in testa, non ho la sensibilità alle labbra, mangio liquido - racconta - oggi la mia dieta è stata salmone frullato e purè di carote. Ho un carissimo amico, un signore in pensione, che mi vizia... mi prepara tutto liquido e tiene divise le ciotoline in modo che io possa sentire i gusti diversi. Bevo da una cannuccia, perché portare il bicchiere o il cucchiaio alla bocca mi risulta ancora troppo difficile”.
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Il passaggio dall’ospedale ai più rassicuranti spazi di casa è un primo passo, ma la strada per sentirsi meglio non è dietro l’angolo. “Dormo con il cuscino rialzato, la postura interamente sdraiata, per qualche giorno ancora, è sconsigliata, e prima di coricarmi ingoio gocce che facilitino il sonno e non mi facciano pensare a nulla – prosegue la donna - Senza contare gli antidolorifici e gli altri medicinali. Devo osservare ancora riposo assoluto, poi magari potrò concedermi qualche breve leggera passeggiata”. Di quel Venerdì Santo ha ricordi soltanto fino alle 17. “Ero da poco rientrata a Sondrio dal mio paese di origine, già pregustavo i giorni di relax legati alle festività pasquali. Mi sono risvegliata alle 22 in ospedale: non so neppure dire se abbia perso i sensi oppure sia rimasta sempre cosciente, so solo che in quelle quasi 5 ore i file della mia memoria si sono danneggiati. È verosimile che la mente mi sia venuta in aiuto, come mi ha detto anche la psicologa dell’ospedale, mettendo in atto un meccanismo di difesa: non vuole farmi ricordare episodi così cattivi». Neppure un cenno alla figura dello sconosciuto che l’ha aggredita.
Non esiste lui, ma ciò che le ha fatto. "Dalle ferite, l’aggressione deve essere stata brutale e i colpi forti, se sono arrivati provocare la duplice frattura scomposta alla mandibola. Sto soffrendo, ma penso anche al dolore che hanno provato i miei genitori, mia sorella e mio fratello, i miei nipoti, le zie e gli zii, mio marito che sopporta i miei malumori e le mie inquietudini”. C’è spazio per la gratitudine. “Ho già espresso privatamente il mio grazie agli uomini della Questura, ai medici e agli infermieri dell’ospedale di Sondrio e a quelle persone che con prontezza e coraggio hanno consentito di attivare i soccorsi. Confido di poterle incontrare. Ho ricevuto tantissimi messaggi di incoraggiamento, stima, d affetto, in primis dai dirigenti della pubblica amministrazione per cui lavoro, dagli iscritti al sindacato autonomo, di cui sono la coordinatrice provinciale, dai colleghi, dagli amici della compagnia teatrale amatoriale dove recito da 15 anni. Poi il parrucchiere, l’estetista, la palestra, il barista che mi serve il caffè”.
Dalle ferite, l’aggressione deve essere stata brutale e i colpi forti
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Ho fatto coprire tutti gli specchi di casa perché temo che l’immagine che mi rimandino non sia la mia
C’è un particolare, significativo, che indica la sua voglia di riprendersi la propria vita di prima, un elemento se si vuole molto femminile, ma sbaglierebbe chi lo volesse catalogare come inezia, di fronte alla fortuna di essersi salvata la vita. “Mi hanno detto che l’intervento è andato bene, ma io non ho ancora il coraggio di guardarmi. Ho fatto coprire tutti gli specchi di casa perché temo che l’immagine che mi rimandino non sia la mia, di non riconoscermi più e questa evenienza mi fa soffrire in un modo che non riesco a spiegare, ma che mi piacerebbe che, almeno, non venisse giudicato. Sono giorni non facili, ma voglio guardare avanti con fiducia. Il cammino non sarà breve, ma non ho scelta”.
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