Mutilazioni genitali femminili, chi le pratica in Italia e qual è l’obiettivo /
Le mutilazioni genitali femminili spesso vengono praticate in casa da parenti
Roma, 30 marzo 2026 – Immaginate tavoli attrezzati malamente con strumenti di tortura, in case o capanne, attrezzi di lavoro delle ‘santone’ che praticano le mutilazioni genitali femminili, causa “quasi sempre” di infezioni sessuali. Lo spiega Franco Bassetto, presidente Sicpre (Società italiana di chirurgia plastica ricostruttiva, rigenerativa ed estetica) e responsabile dell’Unità operativa complessa di chirurgia plastica dell’Azienda ospedale-università di Padova.
Tra gli obiettivi del suo mandato c’è anche questo: “Parlare e far parlare di un fenomeno che in Italia coinvolge almeno 80mila pazienti e nel mondo, si stima, 300 milioni”.
Il 6 febbraio è stata istituita la giornata mondiale contro le mutilazioni genitali femminili (MGF).
“Da sei anni in Italia ci impegniamo a rendere visibile questo problema. La prima volta è stato all’università di Napoli; poi abbiamo organizzato una giornata al Senato con Malan. Quindi è seguita l’edizione di Palermo. Ho curato personalmente quella successiva che ha fatto tappa a Padova, per gli 800 anni della nostra università. Quando è stato proiettato il filmato in sala ci sono stati cinque svenimenti. L’anno scorso siamo stati a Milano, abbiamo lavorato con la clinica Mangiagalli. Il presidente del tribunale ci ha raccontato una realtà fatta di molti trattamenti, in città. C’è un mondo molto opaco attorno a questo fenomeno. Infine, per l’ultima edizione siamo stati invitati a Londra dall’ambasciatore”.
Le mutilazioni si praticano anche in Italia. Teme ci possano essere medici compiacenti?
“Medici? Lo escludo. Poi sul fenomeno ci sono sicuramente ancora molti lati oscuri, anche nel nostro Paese”.
Chi pratica le mutilazioni genitali?
“Di solito sono donne. Parlerei di praticone, quasi di santone. Naturalmente senza alcuna competenza medica”.
Quali sono le etnie più colpite?
“Nella lista ci sono molti paesi africani come Etiopia, Somalia, Kenya, Ghana…”.
Qual è l’obiettivo della vostra azione?
“Parlarne perché questo crimine finisca”.
Cosa raccontano i testimoni?
“Una realtà agghiacciante, tribale, barbarica. Si è rivolta a noi una giovane per correggere l’esito di una mutilazione genitale. Questa ragazza ha raccontato di come sia riuscita a coinvolgere il pediatra della sua comunità che ha bloccato il viaggio già organizzato per portare le bambine in un villaggio africano per l’operazione”.
In cosa consiste la mutilazione genitale femminile?
“Prevede gradi diversi. Si va dalla semplice amputazione del clitoride fino all’infibulazione, a vari livelli. Tutte operazioni fatte in ambiente non sterile, senza anestesia. Ripeto: una pratica barbarica”.
“Che la donna abbia rapporti sessuali solo con la persona che sposerà e che la sessualità sia associata al dolore. Il meccanismo non è religioso, è tribale”.
Quando interviene il chirurgo plastico?
“Quando le donne si rendono conto di avere qualcosa di diverso. La ragazza che si è rivolta a noi lo ha capito in palestra. I maschi di queste comunità sono molto orgogliosi di avere una partner così”.
Cosa succede se una donna si ribella?
“La mutilazione viene praticata alle bambine da piccole, hanno 3-4-5 anni, non si possono ribellare. Vengono portate con voli aerei d’estate nei villaggi d’origine perché è lì che devono avvenire le operazioni. Crescendo, le donne sono terrorizzate”.
In quanti casi si sviluppano infezioni?
“Praticamente sempre. Si usano strumenti di fortuna, l’infezione crea uno stato infiammatorio continuo, il clitoride viene completamente coperto dalla cicatrice e gli interventi devono cercare di liberarlo”.
Si sono fatti passi avanti?
“Sì, ma il meccanismo è culturale, per questo è molto difficile da sconfiggere. E ripeto, si perpetua perché le mutilazioni vengono praticate alle bambine da piccole”.
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