Meteo, ma è vero che non ci sono più le mezze stagioni? Perché è difficile fare le previsioni in Italia /
Bernardo Gozzini, amministratore unico di Lamma, laboratorio di monitoraggio e modellistica ambientale per lo sviluppo sostenibile, consorzio pubblico tra la Regione Toscana e il Consiglio nazionale delle ricerche
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Roma, 28 febbraio 2026 – Meteo: ma è vero che non ci sono più le mezze stagioni? E come si fanno le previsioni del tempo? “Gli strumenti a nostra disposizione sono i modelli meteo. Cercano di riprodurre su computer, attraverso algoritmi vari, l’evoluzione dell’atmosfera. Ma se parlo di evoluzione, ho bisogno di una fotografia, cioè strumenti di monitoraggio che mi dicono qual è la situazione a quella certa ora per temperatura, pressione, vento, tutti i parametri possibili e immaginabili. Da quel momento in poi faccio partire la mia elaborazione”. Prova a dare ordine alla domanda delle domande Bernardo Gozzini, amministratore unico del Consorzio Lamma (Laboratorio per il monitoraggio e la modellistica ambientale per lo sviluppo sostenibile) di Cnr e Regione Toscana.
Meteo, i centri a livello globale
“Questi modelli – precisa Gozzini - incidono a livello globale, quindi ci sono dei centri di riferimento per l'Europa, il cervellone dell’ECMWF di Reading è a Bologna, cura le previsioni a medio e lungo termine, è finanziato da tutti i Paesi europei, l’Italia ha vinto la gara per ospitare il datacenter”.
Come funzionano i modelli meteo
I modelli principali, precisa Gozzini, “valutano l'evoluzione dell'atmosfera fino a 10-15 giorni, con una risoluzione di 9 chilometri. Oltre a quelli europei ci sono i modelli americani. I centri come il nostro utilizzano anche Moloch, che è stato sviluppato dal Cnr. Alla fine è come un innesto che ci permette di arrivare a un dettaglio di un chilometro e mezzo. Quindi facciamo una previsione più dettagliata sul territorio”.
Le previsioni e l’affidabilità
“Ci sono parametri, come il vento, in cui la previsione ha una notevole attendibilità. Ma anche quando ci sono dei sistemi di precipitazione a larga scala, che coinvolgono un'ampia fetta di territorio, questi modelli riescono a descrivere abbastanza bene. Il problema nasce quando devono andare a descrivere dei fenomeni molto localizzati come i temporali. Perché in questo caso il modello può dire che ci sono le condizioni in atmosfera per lo sviluppo di fenomeni intensi, estremi come i temporali. Ma restano incertezze abbastanza rilevanti sulla localizzazione e sui tempi”.
Perché è difficile fare le previsioni del tempo in Italia
La nostra penisola, ricorda Gozzini, “ha un’orografia molto complessa, Alpi e Appennini, le previsioni sono molto complesse. Le due regioni più piovose d’Italia sono il Friuli Venezia Giulia e le Apuane, quindi la Versilia, con 2.500 mml di pioggia all’anno mentre a Firenze, a 100 km di distanza, sono 800. Poi siamo una penisola in mezzo al mare, che sta diventando un elemento fondamentale nelle previsioni perché è sempre più caldo. Quindi ha maggiore evaporazione, nel passaggio di stato c’è una maggiore energia del sistema. Quindi l’atmosfera la deve liberare in qualche modo, da qui nascono gli eventi estremi”.
Il progresso nelle previsioni meteo
Le previsioni hanno avuto un progresso notevole negli ultimi 50 anni, ricorda Gozzini, “sulle previsioni abbiamo ancora delle incertezze sui fenomeni intensi, sui temporali piuttosto forti. Su quello abbiamo ancora dei livelli di incertezza, sulla localizzazione e sulla temporizzazione. Il modello riesce a dire: ci sono le condizioni perché si verifichino i fenomeni ma non so dove”.
La denuncia di Legambiente
Quasi 19 milioni di Italiani, documenta l’ultimo report di Legambiente Città Clima, vivono nelle aree più colpite dagli eventi estremi ma soltanto quattro comuni su dieci di quelli coinvolti hanno realizzato opere di mitigazione. “Chiaro che abbiamo un territorio molto complesso e sicuramente abbiamo creato delle situazioni di vulnerabilità per come abbiamo gestito questi territori, con le costruzioni e le infrastrutture. Questo territorio vulnerabile è maggiormente esposto ai fenomeni estremi. Il cambiamento climatico ha incrementato questi eventi intensi, quindi ha aggravato l'impatto. Non essendo state fatte opere di mitigazione e prevenzione, chiaramente siamo colpiti in maniera ancora più forte, cpon perdite di vite umane e danni”. Poi: “Il rischio zero non esiste ma possiamo attenuarlo e ridurlo”.
Venti da uragano e grandine gigante
Negli ultimi anni assistiamo sempre più spesso anche ad altri fenomeni, venti da uragano e grandine gigante. Come si spiegano? “Entrambi i fenomeni sono determinati dal gradiente termico o di pressione che si può creare in atmosfera, quindi dalla differenza di temperatura o di pressione. Più alti sono quei valori, più forte è il vento e più è possibile il fenomeno della grandine. Il cambiamento climatico ha accentuato i gradienti termici. Per cui spesso ci troviamo con un mare molto caldo, masse d’aria calde su vasti strati e poi magari negli altri strati passa una massa d’aria fredda in quota, più questa differenza è alta e più si possono avere chicchi di grandine maxi. Così per il vento si possono creare situazioni di forte cambiamento di pressione. Le raffiche in montagna possono anche superare la velocità di 200 chilometri all’ora”.
Ma è vero che non ci sono più le mezze stagioni?
Infine, è corretto l’adagio popolare, non ci sono più le mezze stagioni? “In parte è vero e in parte no – corregge il tiro Gozzini -. Sicuramente sono in corso dei cambiamenti, settembre assomiglia sempre di più all'estate, sembra un allungamento dell’estate. E abbiamo un dicembre che sembra sempre più autunnale, perché piove e nevica sempre meno”.
Dall’anticiclone delle Azzorre a quello Africano
Nel frattempo, le estati sono sempre più torride per gli anticicloni africani, che hanno sfrattato quello delle Azzorre. Perché “è cambiata la circolazione, nasce dalla fascia equatoriale, quella che riceve più energia di tutti da parte del Sole, e le aree polari. La differenza di temperature che si viene a creare tra questi due elementi, provoca le perturbazione in quella fascia dove siamo anche noi, le cosiddette medie latitudine. Chiaramente questa differenza si sta riducendo perché il Polo artico e il Polo antartico si stanno scaldando molto più velocemente rispetto all’Equatore. Quindi il gradiente termico che c'era tra la fascia equatoriale e i due Poli si è ridotto. E questo ha cambiato la circolazione. Un altro meccanismo è quello che la massa d'aria sempre più calda fa allargare la Cella di Hadley. Le fasce delle alte pressioni tropicali, che determinano i principali deserti a livello mondiale come il Sahara, si spostano più a Nord. Queste poi spingono le masse d'aria africane che interessano la nostra penisola”.
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