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La storia di Domi Martimucci, ‘il piccolo Zidane’: “Mio fratello prima vittima dell’azzardomafie” /

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14.03.2026

Domi, Domenico Martimucci (conosciuto come ’il piccolo Zidane’) con la sorella Lea. Il calciatore è stato ucciso il 5 marzo 2015, in un circolo di Altamura fatto saltare per ordine di un boss, «prima vittima dell’azzardomafie»

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Altamura (Bari), 14 marzo 2026 - Lea Martimucci, architetto, sorella di Domi, ‘il piccolo Zidane’, “prima vittima dell’azzardomafie”. Quando parla del fratello Domenico, un bellissimo ragazzo ucciso a 27 anni, calciatore dilettante con il sogno della serie A, dice “è andato via”. Ammazzato per caso in un attentato ad Altamura (Bari), nel circolo fatto saltare in aria, l’ordine era partito da un boss che voleva dare un segnale.

Era il 5 marzo 2015. I responsabili sono stati puniti?

“Sì, le ultime sentenze sono arrivate a febbraio, il mandante era già stato condannato a 30 anni. Alla fine tutti gli attori sono stati consegnati alla giustizia, grazie al lavoro delle forze dell’ordine che non hanno mai abbandonato il caso. Questo è un grandissimo segnale”.

Suo fratello è stato ucciso dalla mafia del gioco d’azzardo. ‘Noi siamo Domi’, si chiama l’associazione che ha fondato. Che cosa si propone?

“È nata per raccogliere fondi, lui è rimasto in coma 5 mesi. Quel 1 agosto, quando è andato via, eravamo increduli. Perché Domi manteneva in piedi tutti. I suoi amici per la disperazione avevano cominciato a demolire la casetta dove si ritrovavano. Quel giorno ci siamo detti, non possiamo mollare. Dobbiamo portare avanti la sua storia, la dobbiamo far conoscere, anche ai ragazzi”.

Il gioco d’azzardo online tra gli adolescenti è una piaga denunciata da tutti i dossier, un fenomeno in crescita.

“Noi lavoriamo sul territorio, a favore della legalità. Perché siamo sempre stati una famiglia perbene. Andiamo nelle scuole, abbiamo laboratori con i ragazzi che hanno problemi con la legge, quelli che vengono messi alla prova. L’ultimo incontro, qualche mese fa, l’ho fatto al cimitero, davanti al monumento di Domi. Ed è stata una cosa bellissima, ho sentito rinascere questi giovani, davanti alla realtà. Su 24 che erano all’inizio magari non ce la faranno tutti. Ma io sento che Domi li sta aiutando. E siamo molto felici di questo”.

Lo sport come valore?

“Sì, abbiamo anche costruito un centro di 8mila metri quadri, lo abbiamo inaugurato con don Ciotti qualche anno fa, per noi è un motivo di vanto. Perché lo abbiamo realizzato veramente quasi senza fondi, anche se è costato più di 700.000 euro. Ognuno ci ha dedicato il suo tempo e il suo lavoro. Sono architetto, è stato un mio progetto. Con alcuni amici e colleghi lo abbiamo voluto donare alla città. E ogni volta che vediamo giocare più di 300 bambini e ragazzi, ci viene da piangere dalla gioia. Colpisce anche il rispetto: non c’è una carta per terra, non si fuma”.

In alcuni contesti il bivio arriva presto: come convince i giovanissimi a scegliere la strada in salita e non i soldi facili?

“Racconto la storia di mio fratello, perché lui credeva nelle sue capacità, ci ha sempre creduto fino alla fine. E aveva molto seguito. Nei cinque mesi di ospedale ci sono arrivati segnali da tante parti del mondo. Era un esempio positivo”.

I giovanissimi sono sempre più attratti dal gioco d’azzardo online.

“Un problema gravissimo. Negli incontri mi accorgo che per loro è molto più normale del gratta e vinci. E poi in tanti hanno un rito. Andare il sabato o la domenica con il papà al centro scommesse, lo vivono come un momento di condivisione. Ma per me questa è una cosa aberrante. Invece i ragazzi la raccontano con una naturalezza e spontaneità che fa paura”.

A questo link le info dell’associazione Noi siamo Domi

Avete capito cosa è successo la sera dell’attentato?

“Sì, ormai sappiamo tutto. Mio fratello non giocava a carte, era lì per caso, per una serie di coincidenze strane della vita. Aveva anche litigato con la ragazza, era giù di morale. Domi era molto attento alla dieta, alla forma fisica. Non beveva, non fumava, non aveva tatuaggi. Era nel locale per passare un po’ di tempo con gli amici. Ed era uscito tardi di casa, intorno alle 23.30. La bomba è esplosa a mezzanotte e 14 minuti”.

Quella sera si giocava la semifinale di Coppa Italia, Juventus-Fiorentina.

“I ragazzi facevano una partita a burraco, la posta in palio erano bibite e spaghetti. Il mandante dell’attentato ha voluto dare un segnale proprio ai clienti, quelli che si erano allontanati dal suo club dove invece si giocava d’azzardo. Domi aveva la testa appoggiata sul bordo della sedia. La bomba è esplosa a quell’altezza. Ha detto solo mamma, mamma. Poi è entrato in coma. Gli si sono conficcati nel cranio pezzi di ferro degli infissi. Cinque mesi di tentativi, undici interventi. Noi ci abbiamo creduto che potesse riprendersi. Abbiamo fatto arrivare un luminare da Innsbruck, poi siamo riusciti a portarlo là”.

“No, mai. Le condizioni si sono aggravate. Il 1 agosto è andato in cielo. Il 6 abbiamo celebrato i funerali. Dopo ci siamo chiesti, cosa facciamo? E abbiamo deciso di continuare. Noi siamo devastati. Ci facciamo vedere forti, l’uno con l’altro, ma sappiamo di essere morti tutti, quel 5 marzo. Oggi continuiamo la battaglia. Anche perché Domi sia riconosciuto vittima innocente di mafia. Abbiamo fatto causa civile al ministero per questo”.

Che cosa significa questo riconoscimento?

“L’aggettivo innocente non è banale. Non è tanto questione di quelli che per il ministero sono diritti e per noi benefici. Vogliamo ottenere quel ‘titolo’ perché siamo sempre stati estranei agli ambienti mafiosi. Fino ad oggi ci è stato negato per un parente che non abbiamo mai frequentato e che fa parte di certi ambienti. Non ci arrendiamo. Lo dobbiamo a Domi. Siamo sempre stati una famiglia perbene”.

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