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Il labbro leporino, il filosofo Habermas e quei bimbi speciali “che attraverso il dolore diventano leader”

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17.03.2026

Alberto Bianchi, direttore dell'Unità operativa complessa di chirurgia maxillo-facciale all'ospedale San Marco di Catania, bolognese scuola Sant'Orsola

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Roma, 16 marzo 2026 – Pensa a un gigante come Jurgen Habermas, il filosofo tedesco appena scomparso, quando deve far capire che i bambini affetti da labiopalatoschisi “hanno un futuro perfetto. Ho curato piccoli pazienti che oggi fanno i cantanti”. Alberto Bianchi, direttore dell’Unità operativa complessa di chirurgia maxillo-facciale all’ospedale San Marco di Catania, appena eletto presidente della SILPS (Società italiana delle labiopalatoschisi e malformazioni cranio-facciali), ricorda che anche il filosofo tedesco appena scomparso è nato con quella patologia, parola difficile, che di solito traduciamo con ‘labbro leporino’. Proprio la sua difficoltà, osserva il medico, “lo ha ispirato per gli studi sul linguaggio”. Perché un bimbo che deve superare una disabilità relazionale “spesso diventa un leader”.

Professore, qual è numero di operazioni considerato sufficiente per garantire un risultato?

“Per noi l’eccellenza è data da 40-50 interventi all’anno, ma naturalmente nelle patologie rare non si possono raggiungere questi numeri. In quel caso, bisogna concentrare i centri”.

Quanti sono oggi quelli attivi nella sua materia, la labiopalatoschisi?

“Oggi nessuno conosce il numero reale perché non esiste un vincolo. Noi stiamo lottando perché siano al massimo 10 sul territorio nazionale. Il numero ideale per i 680-700 bambini che ogni anno nascono con queste malformazioni”.

Quali sono i rischi per il paziente operato in un centro che sta sotto la media?

“Intanto che il centro nascita non sia in grado di gestire un bimbo così, già importantissimo è l’allattamento, non penso soltanto alla strumentazione ma proprio all’expertise del personale. Quindi alla fine il rischio è che permanga la malformazione facciale”.

E quali sono i punti chiave dell’organizzazione?

“Le linee guida internazionali ci dicono che accanto al chirurgo più esperto ne serve anche uno più giovane, che si sta formando. Perché questi bambini di fatto devono essere seguiti per la vita. Naturalmente i team devono comprendere anche lo psicologo e il logopedista”.

Quanto conta la comunicazione con la famiglia?

“E’ fondamentale e deve partire dalla diagnosi prenatale. Da quel momento preciso il genitore si deve sentire accolto. La mamma che sa che alla nascita ci sono un neonatologo e un centro di riferimento, è raro che faccia l’interruzione di gravidanza. Il 90% sono bimbi che hanno solo labiopalatoschisi, il rimanente 10% ha anche una sindrome. In questo secondo caso, i piccoli potrebbero avere anche altre alterazioni cardiache o cerebrali”.

Come si sono formate le linee guida di oggi?

Le convinzioni di oggi sulla necessità di avere centri di riferimento d’eccellenza hanno ricevuto una spinta decisiva dalla Thatcher, ricorda il professor Bianchi. “Si rese conto che gli esiti di queste operazioni in Gran Bretagna erano tra i peggiori d’Europa. Questi risultati critici la portarono a scoprire che nel Paese non c’era l’obbligo di operare questa patologia nei centri di riferimento. Da quel momento, s’inizia un grandissimo lavoro e nel giro di qualche anno la Gran Bretagna diventa leader della disciplina. Da questo percorso, supportato dalla Commissione Europea, nasce un progetto tra il ‘96 e il 2000. In quegli anni iniziavo ad occuparmi nel modo più massiccio di questi argomenti con il mio maestro Renzo Giuliani. Fondiamo un team al Bellaria, facciamo parte di gruppi internazionali, cerchiamo di far capire al mondo scientifico la necessità di centralizzare”.

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