menu_open Columnists
We use cookies to provide some features and experiences in QOSHE

More information  .  Close

Il conto dei disastri in Italia e la giustizia: quei processi infiniti tra “imprevedibili fatalità” e prevenzione (che non c’è) /

25 7
22.02.2026

Roma, 21 febbraio 2026 - Morti, risarcimenti, danni: è da brividi il conto dei disastri in Italia, dal Vajont a Rigopiano a Niscemi (quest’ultimo miracolosamente senza vittime). E la giustizia? Sul piano penale è sempre un rebus definire le responsabilità per i reati colposi omissivi. Le cause si trascinano anche per decenni, perché in Italia i gradi di giudizio sono tre sulla carta, nella realtà diventano infiniti. Imprevedibile fatalità, colpa della natura: sono alcune delle parole più ripetute nei tribunali dalle difese degli imputati. Grande assente, la prevenzione.

Il conto dei disastri ‘naturali’

La rete Polaris del Cnr (Consiglio nazionale delle ricerche) nel suo costante lavoro di documentazione certifica numeri spaventosi su alluvioni e frane (oltre 684mila quelle censite nel nostro Paese da un’eccellente rete di monitoraggio). L’ultimo rapporto periodico sul rischio firmato da Cinzia Bianchi e Paola Salvati ci dice che in mezzo secolo, tra il 1975 e il 2024, i morti sono stati 1.616, oltre 339mila gli evacuati e i senzatetto, 1.857 i feriti. Più di 4.100 le località colpite, oltre 2.200 i Comuni.

La guerra di Sarno a 28 anni dall’alluvione

Pensate: per l’alluvione di Sarno e Quindici – era il 5 maggio 1998, 160 vittime e migliaia di sfollati, “il più grave disastro idrogeologico dopo il Vajont nel 1963 e Stava nel 1985”, per dirla con le parole del Dipartimento Protezione civile – a 28 anni dal disastro il Comune è sempre in guerra con lo Stato per i soldi dei risarcimenti.

“Abbiamo anticipato circa 10 milioni di euro – è il calcolo di Teresa Marciano, segretario generale del Municipio -. La cifra è indicativa ed è nulla rispetto a quello che potrebbe accadere se andasse avanti la linea della Cassazione, che nel 2022 ha riconosciuto il Comune come unico responsabile. Parliamo di 100 milioni di euro, il nostro bilancio corrente è di 20. Fino ad ora, a fronte delle istanze di risarcimento danni, i giudici si erano attestati sulla suddivisione di un terzo ciascuno, gli altri soggetti chiamati in causa sono Presidenza del Consiglio e Ministero degli Interni. Noi abbiamo continuato a pagare anche la quota dell’ex primo cittadino. Perché a fronte di milioni e milioni di euro, immaginiamoci che strumenti potesse avere una persona fisica”. Molti giudizi, aggiunge il segretario generale del Comune di Sarno, “sono ancora in itinere. E molte sentenze che stanno arrivando affermano il principio della responsabilità in solido tra presidenza del Consiglio, Viminale e Comune. Così l’Avvocatura di Stato continua ad impugnarle”. Le prime vittime sono i cittadini: come se ne esce? Si dovrebbe pensare a un fondo? “Per San Giuliano di Puglia si è fatta proprio una legge ad hoc”, ricorda Marciano.

I quattro gradi di Rigopiano (per ora)

E sono passati più di nove anni dalla strage di Rigopiano. Alle 16:49 di mercoledì 18 gennaio 2017 una valanga si è staccata dalla cima del monte Siella, sul Gran Sasso d’Abruzzo, cancellando l’hotel, rotolando con un carico di neve e alberi da 120mila tonnellate, come 4mila tir, a una velocità di 100 chilometri all’ora. L’11 febbraio 2026 la Corte d’appello bis di Perugia ha condannato tre ex dirigenti della Regione, assolti 5 imputati, prescritti i reati per altri due. Ma all’origine di questo percorso nei tribunali di tutta Italia, nel 2022 a Pescara, il pm Giuseppe Bellelli aveva chiesto 151 anni di carcere per 26 dei 30 soggetti arrivati in giudizio. “Dobbiamo decidere a quale modello di riferimento devono ispirarsi i nostri amministratori - era stato il richiamo del procuratore capo -: se il parametro è quello del consenso elettorale e delle buone relazioni con gli imprenditori del territorio, allora vanno assolti tutti in questo processo”. Diverso invece “se il modello di riferimento è quello della responsabilità, della sicurezza e del benessere di un’intera comunità, avendo il dovere di prevedere ogni forma minima di rischio come per altro ricorda la nostra Costituzione”.

Ora ci si attende una Cassazione bis (quinto grado), per i ricorsi dei condannati, ma anche la Procura di Perugia potrebbe decidere di fare la stessa mossa. Sullo sfondo, la causa civile per i risarcimenti. So Sono decine di milioni, anche in questo caso.

Vajont, la madre di tutte le catastrofi

E chi ha pagato, invece, per la madre di tutte le stragi, il disastro del Vajont, 1.917 morti nei conti della Protezione civile (centinaia mai ritrovati)? Due ingegneri. Erano stati rinviati a giudizio in 11, 3 erano morti prima che iniziasse il dibattimento, tra questi Mario Pancini, direttore del cantiere: si suicidò il giorno prima del processo. Le udienze si tennero all’altro capo d’Italia, all’Aquila, perché si temeva una sollevazione popolare. Il 25 marzo 1971 la Cassazione – a due settimane dalla prescrizione – condannò l’ingegner Nino Alberico Biadene a 5 anni, a 3 anni e 8 mesi Francesco Sensidoni del ministero Lavori Pubblici. A entrambi, vennero condonati 3 anni. L’accusa: inondazione aggravata dalla previsione dell’evento.

Erano le 22.39 del 9 ottobre 1963 quando dal monte Toc – il destino scritto in quel nome - si staccò una frana devastante, la montagna precipitò nelle acque del bacino idroelettrico, immaginatevi un sasso nel bicchiere, questa fu l’immagine folgorante di Dino Buzzati. “Vajont: genocidio di poveri”, s’intitola il libro di Sandro Canestrini, avvocato, patrono nel collegio di parte civile scomparso nel 2019, in quelle pagine venne riassunta la sua arringa di 16 ore, divisa in tre giorni. “Ho accettato l’incarico perché sui morti non cada la pietà al posto della verità”, dichiarò. Quanto restano attuali queste parole.


© Quotidiano