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Il caro petrolio apre il fronte dei tassi Fed

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12.03.2026

Kevin Warsh guiderà la Federal Reserve (Epa)

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Le fiammate del petrolio e lo Stretto di Hormuz minato gelano le speranze in una fine rapida della guerra. E nel controllo dell’inflazione. Negli Stati Uniti, in particolare, il rialzo del carovita, potrebbe aprire due fronti delicatissimi per il presidente Usa: con i consumatori americani, che già stanno pagando l’effetto dazi, e con la Federal Reserve. A maggio entrerà in carica il successore designato a Jerome Powell, Kevin Warsh. Banchiere brillante, più disponibile a una riduzione dei tassi Usa come auspicato dalla Casa Bianca. Un rigurgito dell’inflazione da caro energia, però, potrebbe essergli da ostacolo sulla strada della riduzione dei tassi.

L’economia Usa, guerra o non guerra, non va ancora come nei desideri di Trump. Alzare i tassi solo per contenere l’inflazione – e questo vale anche per la Bce – in questo momento potrebbe rivelarsi fatale. Ma un percorso al ribasso è altra cosa: a dicembre l’inflazione Usa era già al 2,9% contro il target del 2%. Difficilmente migliorerà.

Warsh – come ha evidenziato un bello studio di Leonardo Melosi e Alessia Papini su lavoce.info – non mette la lotta all’inflazione prima di tutto. Potrebbe confidare sul fatto che l’aumento della produttività legata all’IA sostenga la crescita e, allo stesso tempo, sgonfi l’impatto del carovita. Come accadde ad Alan Greenspan che negli anni ’90 puntò la politica monetaria Usa anche sull’espansione del computer. Greenspan, però – sostengono i due economisti – potrebbe avere fatto le cose giuste per i motivi sbagliati: quell’espansione tecnologica avvenne in un mondo sempre più integrato, baciato dalla stabilità geopolitica e, negli Usa, appoggiato su conti pubblici solidi. Un mondo al contrario. Di oggi.

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