Stretto di Hormuz, pedaggi per le navi. Rischio voli a secco
Gli aeroporti europei: "Carburante per tre settimane"
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Roma, 11 aprile 2026 – Tutti gli occhi sono puntati sui negoziati e in molti sperano che questi possano portare alla fine del conflitto. In tanti, però, hanno la mano sul portafoglio, perché questa guerra e la chiusura dello stretto di Hormuz da parte di Teheran ha già prodotto parecchi danni economici e non ha ancora finito. Stando a un’analisi pubblicata dal Wall Street Journal, il prezzo più grosso rischiano di pagarlo i Paesi del Golfo, che saranno oggetto del pedaggio che Teheran vuole assolutamente imporre per il passaggio delle navi, pena bloccare lo Stretto, con tutte le conseguenze del caso.
L’ipotesi pagamento in rial
Ad avvantaggiarsene sarebbero gli Stati Uniti e gli altri produttori non soggetti al pagamento del balzello che, se per le monarchie del Golfo è salasso, per l’Iran rappresenta una fonte di entrate che diventeranno sempre più consistenti, oltre a un’arma di pressione notevole. Per il momento, Teheran si fa pagare in yuan cinesi e in bitcoin e attende gli eventi, specificando, però, che quando il pedaggio diventerà definitivo e strutturato, allora il balzello sarà nella valuta nazionale, il rial.
Rischio ‘carenza’ sistemica di carburante per aerei
Lo fanno, anche se in altro modo, anche gli aeroporti europei. Se lo Stretto non verrà riaperto al traffico normale, quindi a oltre cento imbarcazioni in confronto alle decine scarse di questi giorni – tra le bloccate c’è anche la nave car carrier Grande Torino, della Grimaldi (foto) – si rischia una carenza ‘sistemica’ di carburante per aerei. Tre settimane e poi voli a rischio. Aci Europe, l’associazione degli hub europei, ha inviato una lettera al commissario europeo ai Trasporti, Apostolos Tzitzikostas, in cui rende note "crescenti preoccupazioni del settore aeroportuale in merito alla disponibilità di carburante per gli aerei", nonché alla necessità di un monitoraggio e di un’azione proattiva da parte della Ue.
I timori di Starmer per una tregua fragile
"Al momento – si legge – non esiste una mappatura, una valutazione o un monitoraggio a livello europeo della produzione e della disponibilità di carburante per aerei" sottolineando che, se gli aerei dovessero smettere di decollare ci sarebbero "gravi ripercussioni economiche". La pressione sul presidente americano aumenta. Ieri il premier inglese, Keir Starmer, ha parlato al telefono con il capo della Casa Bianca, spiegando che l ’attuale cessate il fuoco è troppo fragile e che Hormuz va riaperto e senza pedaggi. Il negoziato su Hormuz, insomma, è tutto in salita, anche perché l’Iran starebbe pensando di vietare per sempre il passaggio alle navi statunitensi e israeliane. Anche dopo la fine del conflitto non si potrà parlare di pace.
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