Guerra Iran-Usa, il diplomatico e gli scenari. “Teheran è in vantaggio. Non rinuncerà allo Stretto”
Un murale anti-Israele a Teheran. A sinistra, il diplomatico Ferdinando Nelli Feroci
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Roma, 9 aprile 2026 – Un negoziato tutto in salita. L’Ambasciatore Ferdinando Nelli Feroci, diplomatico di lungo corso e consiglier scientifico dell’Istituto Affari Internazionali, ha spiegato perché è ancora troppo presto per considerare il conflitto chiuso.
Ambasciatore, dopo la tregua annunciata nelle ultime ore, chi esce avvantaggiato tra Iran e Stati Uniti?
“Se la base per il negoziato è davvero quella dei dieci punti proposti dall’Iran, direi che Teheran parte da una posizione più favorevole. Si tratta però di richieste difficilmente accettabili per Washington: dall’impegno a non ripetere azioni militari contro l’Iran, al riconoscimento del suo ruolo nello Stretto di Hormuz, fino alla prosecuzione del programma nucleare e alla revoca delle sanzioni. È positivo che si sia arrivati a una tregua, ma il negoziato che si apre sarà complesso e pieno di ostacoli”.
Quali sono i punti più critici su cui sarà difficile trovare un’intesa?
“Molto dipenderà dall’atteggiamento dell’amministrazione americana. Trump sembra intenzionato a chiudere un conflitto che non ha prodotto i risultati desiderati, e che lo sta mettendo in difficoltà sul fronte interno. Ma restano molti nodi da sciogliere: il futuro del programma nucleare iraniano, la richiesta di garanzie contro future aggressioni, la revoca delle sanzioni, e la richiesta di risarcimenti per i danni subiti. Sono temi su cui le posizioni di partenza sono molto distanti. L’impressione è comunque che Washington punti a chiudere rapidamente magari cercando di rivendicare un successo politico”.
E concretamente, cosa possono rivendicare gli Stati Uniti come risultato?
“Principalmente una riduzione del potenziale militare iraniano, dopo gli attacchi alle infrastrutture. E paradossalmente anche la riapertura dello Stretto di Hormuz può essere presentata come un risultato. Tuttavia, il bilancio complessivo è modesto: non c’è stata rinuncia al programma nucleare, né un cambio di regime. Anzi, si è rafforzata la componente più radicale della dirigenza iraniana, con i pasdaran sempre più al centro del sistema di potere”.
Il Pakistan è il mediatore ufficiale, ma molti indicano la Cina come regista. Che ruolo ha avuto Pechino?
“Ci sono segnali chiari di un coinvolgimento cinese dietro la mediazione pakistana. Dopo una visita del ministro degli Esteri del Pakistan a Pechino, il processo negoziale ha accelerato. La Cina, che in queste settimane ha sostenuto politicamente l’Iran, ha interesse a stabilizzare il Golfo, sia per garantirsi le forniture di greggio e gas, sia per affermare un proprio ruolo si anche in quella regione”.
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Resta però il nodo di Israele, che non riconosce la tregua sul fronte libanese. Quanto pesa questo fattore?
“È uno dei principali elementi di fragilità dell’accordo. Israele ha già dichiarato di non sentirsi vincolato dall’accordo sulla tregua e sta proseguendo le operazioni militari in Libano. Questo rappresenta un’incognita significativa sulla tenuta della tregua nei prossimi giorni”.
Questa crisi quanto cambia gli equilibri del Medio Oriente?
“Non si tornerà alla situazione precedente. Un elemento chiave sarà il controllo dello Stretto di Hormuz, che l’Iran difficilmente abbandonerà perché rappresenta per Teheran una leva negoziale irrinunciabile. Inoltre, resta da capire quanto siano state realmente ridotte le capacità militari iraniane. Se il potenziale offensivo iraniano è stato indebolito, la percezione della minaccia potrebbe diminuire perlomeno nel breve periodo. Tuttavia, non si è verificato né un cambio di regime né una rinuncia al programma nucleare, e questo lascia aperte molte incognite”.
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