Tabarelli: “In arrivo mesi di instabilità. Ma si possano trovare alternative a Hormuz”
Un murale contro Usa e Iraq a Teheran
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All’indomani della firma della fragile tregua tra Usa e Iran – una tregua già in bilico, a causa dei continui attacchi israeliani in Libano, cui l’Iran ha reagito chiudendo nuovamente lo stretto di Hormuz – ci sono almeno una buona e una cattiva notizia. Quella buona è che “il mercato globale del petrolio ha dimostrato di essere molto più maturo ed efficiente di quanto ci aspettassimo”, sostiene Davide Tabarelli, presidente e fondatore di Nomisma Energia, società indipendente di analisi e ricerca su energia e ambiente; quella cattiva è che “il conflitto in Medio Oriente è tutt’altro che concluso, per cui dovremo fare i conti con l’instabilità ancora per diversi mesi”.
Hormuz è l’asso nella manica dell’Iran
Indipendentemente della tenuta della tregua – sempre più improbabile col passare delle ore - una delle evidenze più lampanti di questa guerra è già sotto gli occhi di tutti: prendendo il controllo sullo stretto di Hormuz, l’Iran ha dimostrato di poter tenere in scacco il mondo come mai aveva fatto finora. “Una novità, quest’ultima, che nessuno si aspettava – commenta Tabarelli – né fra noi analisti né, probabilmente, fra le parti che si sono imbarcate nel conflitto. Il governo di Teheran si è dimostrato molto più forte e resiliente di quanto si prevedesse, sia sul piano militare (basti pensare all’uso sistematico dei droni), sia su quello diplomatico. Ha trasformato, di fatto, la sicurezza marittima in una leva di controllo politico ed economico, tale da stravolgere gli equilibri energetici mondiali. Non sarà affatto facile sciogliere questo nodo”.
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I mercati sono più maturi
La gravità della situazione non impedisce, tuttavia, di individuare anche una timida nota positiva: “Malgrado la volatilità dei mercati e l’instabilità delle quotazioni (oggi il Brent guadagna il 2,4% a 97 dollari, il Wti rimbalza del 3,5% dopo il brusco calo di ieri), i prezzi del petrolio restano mediamente bassi rispetto a quanto ci si aspetterebbe – prosegue il presidente di Nomisma energia - Non c’è stata, in effetti, quell’esplosione dei prezzi verso i 200 dollari che si dava per scontata in caso di un evento così estremo. Le precedenti crisi del 1973 e del 1979, per certi aspetti meno gravi, avevano causato rispettivamente un quadruplicarsi dei prezzi, come se oggi avesse toccato i 240 dollari. Invece, ha fatto fatica ad avvicinarsi a 120 dollari, livello già toccato nel 2022 con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. È un segnale di una maggiore maturità dei mercati rispetto al passato”.
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Una maturità che, spiega Tabarelli, deriva da svariati fattori: “In parte siamo ‘temprati’ da shock precedenti, in primis la pandemia del 2020 e il conflitto russo-ucraino del 2022; in parte i mercati non credono a un conflitto duraturo, perché Donald Trump non se lo può permettere. Probabilmente, a pesare è anche la convinzione che, nell’arco di 3-4 mesi, si possano trovare alternative a Hormuz e che ci sono ancora 800 milioni di scorte strategiche nei paesi Ocse dopo il rilascio record da 400 milioni dell’11 marzo scorso”.
Le incognite per il futuro
Resta la certezza che, se anche lo stretto di Hormuz riaprisse al traffico delle navi senza alcuna restrizione, le cose non tornerebbero alla normalità nel breve periodo. "Occorre riparare i danni strutturali provocati dal conflitto – osserva Tabarelli – riprendere l’attività di estrazione negli oleodotti dislocati nei Paesi arabi, in gran parte fermata all’indomani dello scoppio delle ostilità: tutto questo si rifletterà sulle quotazioni del petrolio anche nei mesi a venire. Resta, insomma, una ferita da curare”.
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