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Analista militare: a rischio le truppe in Medio Oriente. “Costretti a reagire se ci sono vittime”

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13.03.2026

Fumo sopra Erbil, dopo l’abbattimento di un drone A destra, Marco Di Liddo

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Roma, 13 marzo 2026 – “La strategia iraniana si basa sul principio del caos organizzato e chiunque si intrometta in questa guerra diventa un obiettivo potenziale. Gli iraniani sanno che nel nostro pubblico occidentale, soprattutto europeo, c’è la paura dell’escalation, paura della guerra e che i costi materiali e umani di un conflitto vanno percettivamente decuplicati”. È quanto afferma Marco di Liddo, direttore del Cesi commentando l’attacco missilistico a Camp Singara, la base militare italiana di Erbil.

Tajani ha ribadito che l’Italia non è coinvolta in nessuna guerra. Ma questo attacco dimostra che anche le basi italiane, percepite come estensioni del potere occidentale, sono un obiettivo.

“Non solo. Lo scopo della missione Prima Parthica è offrire military assistance, in particolare addestramento, alle forze armate irachene e alle forze del Kurdistan iracheno, i peshmerga. Gruppi curdi che in questo momento sono al centro del dibattito internazionale e parte della strategia degli Stati Uniti e di Israele: si discute della possibilità di un’attività militare imminente dei curdi volta a creare una zona di instabilità per cercare di colpire ulteriormente il regime iraniano. Perché il vero problema è che, se si vuole far cadere il regime, la campagna aerea da sola non basta, c’è bisogno che qualcuno combatta a terra”.

Si tratta, quindi, di un attacco mirato per colpire questa strategia?

“Esiste la concreta possibilità che sia così. Con fortissima probabilità si tratta di un attacco fatto dalle milizie sciite irachene, quindi delle forze di mobilitazione popolare. Un’organizzazione ombrello che vede al centro le milizie Badr”.

C’è il rischio che l’Italia si trovi costretta a rispondere?

“Non c’è un automatismo ma nel momento in cui proxy iraniani o qualsiasi altro soggetto ostile legato all’Iran o l’Iran stesso dovessero intraprendere un attacco deliberato che colpisse la vita dei nostri militari all’estero il governo dovrebbe elaborare una risposta adeguata. Non resteremo indifferenti, non l’abbiamo mai fatto. Ma proprio con questa consapevolezza il tentativo è di tenere la situazione sotto controllo. Non essendo noi impegnati in operazioni cinetiche né in Iraq né in Iran la linea del governo italiano si basa su contenimento dei rischi, apertura alla de-escalation, ma fermezza nel supporto ai nostri partner nel Golfo e ai nostri interessi nazionali”.

Secondo quanto si apprende il governo italiano starebbe facendo ritirare il contingente italiano da Erbil, almeno provvisoriamente. Oltre alla questione di sicurezza c’è anche la volontà di evitare un coinvolgimento nella guerra?

“Siamo un Paese che per tradizione mette al primo posto la tutela della vita e della sicurezza dei nostri militari. Detto questo il ritiro dei militari italiani potrebbe essere letto anche come una forma di opportunità politica”.

Oltre a Erbil ci sono altre basi italiane a rischio?

“Qualsiasi assetto militare occidentale che in questo momento si trova in territorio mediorientale può essere oggetto di un attacco da parte dello Stato iraniano e dei proxy iraniani. Per una questione geografica chi si trova in Iraq o in Kuwait – dove c’è un distaccamento dell’aeronautica militare italiana – è sicuramente più esposto. Con un grado diverso possono essere considerati a rischio anche i militari italiani in Libano, Qatar, Giordania ed Egitto”.

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