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La ‘pompa di calore’ dell’Atlantico che scalda l’Europa è in crisi: cosa succede all’AMOC

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Il capovolgimento meridionale della circolazione atlantica, detto Amoc

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Parigi, 18 aprile 2026 – Il capovolgimento meridionale della circolazione atlantica (AMOC) è il “termostato” del clima europeo. Noto anche come “conveyor belt” (nastro trasportatore), è composto da un insieme di correnti marine capaci di muovere 18 milioni di metri cubi al secondo, l’AMOC trasporta le acque calde dall’equatore all’Islanda e al nord dell’Atlantico, addolcendo le temperature della costa europea, soprattutto d’inverno. Da oltre vent’anni, gli scienziati sorvegliano i parametri di questo sistema di circolazione, preoccupati dalle conseguenze del suo rallentamento o, nel peggiore degli scenari, del suo collasso.

L’impatto del cambiamento climatico sull’AMOC

Quando l’acqua calda, più leggera, arriva ai poli, diventa più fredda per via delle temperature esterne e più salata, poiché una parte di essa si trasforma in banchisa. La conseguenza è un aumento della densità, che fa scivolare l’acqua verso gli abissi, fino a una profondità di 3.500 metri: un movimento che alimenta questo “nastro trasportatore”. L’acqua densa e fredda riparte infatti verso i tropici e l’equatore. A causa del cambiamento climatico e del conseguente aumento delle temperature, però, gli strati superficiali dell’oceano si riscaldano, ostacolando la fluidità del movimento e aumentando l’accumulo di piogge nella regione. L’aumento delle precipitazioni e lo scioglimento dei ghiacciai della Groenlandia, incrementano la percentuale di acqua dolce, facendo scendere ancora di più il tasso di salinità e alterando il sistema.

Nello studio del 15 aprile 2026, un gruppo di ricercatori dell’Institut national de recherche en informatique et en automatique (Inria) dell’Università di Bordeaux, valuta la probabilità dello scenario di un rallentamento dell’AMOC tra il 42% e il 58% entro il 2100. La settimana prima, un team di ricerca internazionale aveva confermato l’indebolimento del sistema di circolazione, integrando nei modelli statistici dei dati raccolti dalle boe posizionate in diversi punti dell’oceano Atlantico, fin dall’inizio degli anni 2000. I risultati indicano un cambiamento in corso soprattutto, nel lato occidentale dell’AMOC. Ma la finestra relativamente breve delle osservazioni, non è sufficiente per trarre delle conclusioni a livello globale.

Il superamento del “punto di non ritorno”

Il timore degli scienziati è che il rallentamento influenzi le temperature invernali sul continente europeo e il regime delle piogge all’altezza dei tropici, anche se è improbabile che le coste europee si ritrovino con le temperature del Canada, poiché il clima europeo dipende anche da altri fattori, come la topografia del continente e i venti della Corrente del Golfo. Ma uno squilibrio dell’AMOC avrebbe un impatto sulle temperature globali e sulla biodiversità marina. Quando le acque fredde sprofondano verso i fondali oceanici infatti, intrappolano quantità importanti di CO2 e nutrimenti per gli ecosistemi abissali, dove non penetra l’ossigeno né la luce del sole. L’indebolimento di questo trasporto libererebbe il CO2 nell'atmosfera. Secondo i modelli, l’eventuale collasso corrisponderebbe a un aumento di 640 miliardi di tonnellate di CO2 nell’atmosfera, equivalente a un aumento delle temperature globali di 0,2 °C.

Il dibattito tra gli scienziati

Il dibattito scientifico è aperto e dipende dai criteri utilizzati nei modelli. Benché i risultati dei nuovi studi siano utili, Jonathan Baker, climatologo del Met Office, l’agenzia meteorologica inglese, spiega al quotidiano francese Le Figaro che il sistema è comunque complesso e che i modelli “potrebbero non tenere conto di altri processi in grado di controbilanciare questo effetto (di indebolimento della corrente, ndr)”.

Il punto interrogativo principale riguarda l’eventuale punto di non ritorno – “tipping point” – oltre il quale il sistema non ritroverebbe il suo equilibrio, portando inevitabilmente al collasso dell’AMOC.

Per Valentin Portmann, ricercatore all’Inria di Bordeaux e autore principale di uno degli studi “l’AMOC diminuirà più del previsto rispetto alla media di tutti i modelli climatici. Ciò significa che ci troviamo di fronte a un punto di non ritorno più vicino”, dice al quotidiano inglese The Guardian. Nell’ultimo rapporto dell’IPCC, pubblicato nel 2021, la comunità scientifica internazionale considerava la probabilità del rallentamento dell’AMOC entro la fine del secolo come molto alto, con un grado di fiducia del 90%, escludendone però l’arresto definitivo.

Gli scienziati sono concordi, però, che il punto di non ritorno non verrà superato entro la fine del secolo.  

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