Michele Ainis: “Giustizia, riforma radicale nata senza condivisione in Parlamento. Si disarticola il Csm, il sorteggio integrale umilia i magistrati”
Il costituzionalista Michele Ainis
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Roma – Nel dibattito sul referendum relativo alla riforma della giustizia torna centrale il tema dell’equilibrio tra poteri dello Stato. Il costituzionalista Michele Ainis riflette sulle ragioni che potrebbero spingere a votare “No”, sull’affluenza prevista e sul significato politico della consultazione. Secondo Ainis, più ancora dei dettagli tecnici, a suscitare perplessità sono il metodo con cui la riforma è stata costruita e le possibili conseguenze sull’assetto del potere giudiziario.
Professore, che affluenza si aspetta al referendum? “Temo sarà bassa. Ormai c’è una sorta di disarmo degli elettori nei confronti di qualunque consultazione elettorale. Alla sfiducia nei partiti si è aggiunto un sentimento più generale di scetticismo verso il funzionamento della democrazia. In questo caso pesa anche la tecnicità dei quesiti: sono questioni molto complesse. Se fermassi un passante e gli chiedessi se preferisce un Csm o due Csm probabilmente mi denuncerebbe per molestie”.
Eppure spesso i referendum diventano molto politici. “Accade quasi sempre, soprattutto quando riguardano questioni istituzionali. Pensiamo al referendum del 1991 promosso da Mario Segni sulla preferenza unica: riguardava un dettaglio della legge elettorale, ma intercettò un forte malcontento verso i partiti della Prima Repubblica. Gli elettori votarono in massa e quel risultato segnò l’inizio della fine di quel sistema politico”.
Anche altri referendum hanno avuto un forte valore politico. “Certo. Il referendum costituzionale del 2016 sulla riforma Renzi fu in gran parte un voto pro o contro il presidente del Consiglio. Renzi lo perse e con esso perse anche Palazzo Chigi. È inevitabile quindi che anche questa consultazione venga letta come una prova di forza tra maggioranza e opposizione. Un esito negativo per la maggioranza di governo produrrebbe un effetto quantomeno di fibrillazione. Meloni non può dichiarare che la salute al governo è indifferente all’esito di questo referendum altrimenti non farebbe delle dichiarazioni un giorno sì e l’altro pure strumentalizzando dei casi di cronaca che non c’entrano nulla con la riforma”.
Quali sono, dal punto di vista costituzionale, le principali ragioni di perplessità sulla riforma? “Il punto è la radicalità dell’intervento”.
In che senso? “I costituenti ci hanno insegnato che le riforme costituzionali dovrebbero essere condivise, o almeno parzialmente condivise. Qui invece il Parlamento ha votato quattro volte il testo del governo senza modificarne una virgola. Non c’è stato alcun vero tentativo di compromesso”.
Con l’Alta Corte disciplinare si crea di fatto un giudice speciale, mentre la Costituzione lo vieta
La radicalità riguarda anche il funzionamento della magistratura? “Sì. Si disarticola l’organo di autogoverno della magistratura moltiplicando i Csm: da uno si passerebbe a due più un’ulteriore struttura disciplinare. Inoltre viene introdotto un sorteggio integrale. Io non sono contrario al sorteggio in assoluto: in piccole dosi può essere una cura utile per “tagliare le unghie“ alle correnti. Ma un sorteggio totale rischia di diventare un’umiliazione per la magistratura, che verrebbe privata del diritto di scegliere i propri rappresentanti”.
Ci sono altri aspetti problematici? “L’istituzione dell’Alta Corte disciplinare. Il problema è che si crea di fatto un giudice speciale, mentre la Costituzione lo vieta. Inoltre i pm potrebbero diventare un corpo separato e autoreferenziale, una sorta di superpotere che creerebbe le condizioni ideali per assoggettare la magistratura alla tutela del potere esecutivo”.
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