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Cottarelli e la guerra in Iran: “Per ora contagio limitato, ma c'è il rischio recessione”

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03.03.2026

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Roma – Carlo Cottarelli, economista, direttore dell’Osservatorio sui Conti pubblici italiani dell’Università Cattolica, per ora non intravede il rischio di una recessione a livello mondiale. A patto, ovviamente, che il conflitto in Iran non si allarghi a macchia d’olio e non diventi “boots on the ground”, un intervento militare sul terreno.

Professore, non teme le conseguenze di un aumento del prezzo del petrolio?

“Le stime del Fondo Monetario Internazionale ci dicono che un aumento del 10% del prezzo del petrolio a livello mondiale, come quello che si è finora registrato causa una riduzione del Pil compresa fra lo 0,1 e lo 0,2 per i Paesi importatori. Non si tratta di una percentuale enorme”.

Il conflitto, però, si sta allargando con il rischio di un’escalation incontrollata. In questo caso i Paesi più dipendenti dal punto di vista energetico non rischiano una crisi?

“Vorrei ricordare che nel 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina, ci fu un’impennata del prezzo del gas. Eppure, sull’economia, l’impatto fu contenuto. Anzi, proprio in quell’anno, l’economia italiana registrò una crescita del 5%. Oggi il petrolio non ha lo stesso peso strategico del passato. È vero che l’Iran produce il 5% del petrolio globale, ma se la guerra non sarà lunga e lo stretto di Hormuz riprenderà a operare in tempi brevi, l’impatto sull’economia potrebbe risultare assai contenuto”.

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Però c’è il rischio che il conflitto duri un po’ di più delle 4 settimane previste ieri da Trump?

“Ripeto: se rimane nelle attuali proporzioni, non vedo grandi conseguenze. La guerra in Ucraina è scoppiata quattro anni fa e non ha avuto grandi implicazioni economiche. Del resto, dalla seconda guerra mondiale in poi, l’economia mondiale non ha conosciuto recessioni, tranne nell’anno del Covid”.

In Paesi come l’Italia, dove il Pil è cresciuto dello 0,5%, anche un calo dello 0,2% può fare la differenza...

“Certo, nei Paesi a bassa crescita, come l’Italia e, più in generale, l’Europa, è più facile finire in recessione. Per quanto riguarda il nostro Paese, l’aumento di mezzo punto del Pil era quello che ci si attendeva. Ma la cosa che più colpisce è l’aumento della pressione fiscale, tornata quasi ai livelli massimi raggiunti durante il governo Monti”.

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Eppure nelle ultime manovre economiche, si è cercato proprio di ridurre le tasse. Come si spiega questo aumento?

“Non so ancora che cosa possa aver determinato questa crescita. C’è da dire che i tagli dell’Irpef sono stati minimi, mentre sono aumentate le entrate relative alla tassazione delle rendite finanziarie perché le Borse sono andate bene. Anche il prelievo straordinario sugli istituti di credito può aver contribuito a questa crescita della pressione fiscale. Ci può essere stata, infine, l’onda lunga dell’uso più frequente delle carte di credito al posto del contante, che può aver favorito la lotta all’evasione fiscale”.

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L’economia italiana è ancora fragile?

“Stiamo sicuramente meglio rispetto a 15 anni fa. Ma siamo tornati a una crescita dello zero virgola e non abbiamo superato i nodi strutturali della nostra economia, dalla tassazione alle dinamiche demografiche, fino all’energia. La guerra in Iran è un ulteriore segnale di allarme che mostra la necessità di accelerare sulla strada della decarbonizzazione. Occorre ridurre la nostra dipendenza dagli idrocarburi sia attraverso le rinnovabili sia con il ritorno al nucleare”.

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