menu_open Columnists
We use cookies to provide some features and experiences in QOSHE

More information  .  Close

Italia-Gaza, dubbi sul Board. Possibile coinvolgimento di Meloni. Le opposizioni attaccano: “Umiliante stratagemma per aggirare la Costituzione”

12 27
16.02.2026

Roma, 16 febbraio 2026 – La politica estera italiana si prepara a un passaggio stretto e delicato. Al centro del dibattito c’è il Board of Peace, l’organismo internazionale per la ricostruzione di Gaza fortemente voluto da Donald Trump, che non ha esitato a definire «un organismo dal potenziale illimitato, e centrale per la pace globale, con 5 miliardi di dollari e migliaia di uomini per la sicurezza».

Una sigla che, dal lancio dello scorso 22 gennaio a Davos, è diventata il centro di gravità dei rapporti tra Roma e Washington. Domani, alle 13.30, il ministro degli Esteri Antonio Tajani riferirà alla Camera dei deputati per illustrare la posizione ufficiale del governo, cercando di sciogliere i nodi giuridici che finora hanno frenato l’adesione dell’Italia.

Il progetto nato negli Stati Uniti non è solo un piano di pacificazione, ma una sfida al multilateralismo. Sotto la guida di figure come Jared Kushner, il Board punta a gestire la ricostruzione della Striscia con un modello che le opposizioni definiscono «immobiliare». Tuttavia, la governance prevede una preminenza di Washington che collide con l’articolo 11 della Costituzione. Proprio su questo punto è emersa una «massima consonanza» tra la premier Giorgia Meloni e il presidente della Repubblica Sergio Mattarella: l’incompatibilità dello statuto impedisce l’adesione piena. Tajani domani dovrà spiegare perché l’Italia ha scelto la via del compromesso: partecipare alla riunione di Washington del 19 febbraio come Stato osservatore. La situazione rimane in divenire.

Sebbene Tajani sia il designato per volare negli Usa, non si esclude che la premier possa decidere di rispondere in prima persona all’invito di Trump, qualora si aprisse lo spiraglio per un faccia a faccia bilaterale. Meloni ha già chiarito a Trump gli «oggettivi problemi costituzionali» italiani, chiedendo di «riaprire la configurazione» del Board. Per ora, la scelta dell’osservatore serve a non indispettire la Casa Bianca senza però scavalcare gli alleati Ue, ancora molto freddi sull’iniziativa. Anche Cipro e Romania saranno presenti come Paesi osservatori, figura fra l’altro non prevista dallo statuto, ma introdotta per superare ostacoli formali. Le opposizioni però parlano di un «umiliante stratagemma». Elly Schlein è netta: «Meloni umilia la tradizione diplomatica del Paese per non scontentare Trump. Quello che sta facendo aggira la Costituzione». Non meno duri gli altri leader. Nicola Fratoianni (Avs) diffida il governo dal portare l’Italia in un «comitato d’affari e di speculazione immobiliare», mentre Carlo Calenda (Azione) definisce l’organismo una «congrega di dittatori e approfittatori guidata a vita da Trump». Per Riccardo Magi (+Europa), la scelta dell’osservatore è solo un «penoso stratagemma cucinato a Palazzo Chigi per aggirare l’articolo 11».

Domani, dopo le comunicazioni di Tajani, l’Aula voterà le risoluzioni. Sarà il momento della verità per la maggioranza, chiamata a dare un mandato politico chiaro all’esecutivo. Il governo si presenta al voto cercando di blindare una linea che tiene insieme la fedeltà atlantica e il rispetto dei vincoli costituzionali, in un clima di scontro frontale con le minoranze che accusano la premier di subalternità politica a Washington.  


© Quotidiano