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Il decreto Ucraina è legge, anche la Lega vota per gli aiuti a Kiev e si smarca dal generale Vannacci

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26.02.2026

Roma –  Alla fine il sofferto decreto Ucraina taglia il traguardo e diventa legge, ma non senza polemiche. L’esecutivo ha scelto la via più sicura, blindando il testo al Senato – come già aveva fatto alla Camera – con il voto di fiducia (106 sì, 57 no e 2 astenuti) per garantire senza intoppi la proroga degli aiuti militari al governo di Kiev, il rinnovo dei permessi di soggiorno e la sicurezza dei giornalisti freelance. Una mossa che ha scatenato subito la reazione dell’opposizione, pronta a puntare il dito contro il metodo. La certezza, per usare le parole del renziano Enrico Borghi, è che dietro la forzatura “surreale” ci sia la paura che, “come contraccolpo della scissione vannacciana, dai banchi della maggioranza potessero spuntare ordini del giorno imbarazzanti per Palazzo Chigi”.

Se è vero che a pensare male spesso ci si azzecca, questa volta l’opposizione sembrerebbe aver preso un granchio. Dalle parole del capogruppo leghista Massimiliano Romeo emerge infatti che il Carroccio si sarebbe espresso a favore in ogni caso, con o senza il paracadute della fiducia, al netto del senatore Claudio Borghi che non ha partecipato alla votazione. Togliere gli aiuti a Kiev ora, spiega Romeo, “diminuirebbe il potere contrattuale”, e lasciarla senza appoggio europeo “sarebbe un suicidio”. Una logica strategica che “dovrebbero sapere tutti, generali compresi”. L’allusione non è per nulla sottile: la Lega non ha alcuna intenzione di rincorrere Roberto Vannacci sul piano delle boutade. Mentre il leader di Futuro Nazionale e i suoi fedelissimi possono permettersi di affiancare prese di posizione contro la guerra a un comportamento in Aula coerente, il Carroccio preferisce smarcarsi. Una scelta confortata dai sondaggi Swg: il partito di Salvini torna a crescere (+0,2%, salendo al 6,6%), mentre Futuro Nazionale cede lo 0,2%.

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Vannacci e le sue truppe, intanto, sono pronti a lanciare un nuovo attacco alla maggioranza aprendo il fronte del decreto sicurezza, su cui si preparano a presentare una raffica di emendamenti. A preoccuparli, tuttavia, è il semaforo rosso acceso da Fratelli d’Italia. Il ministro Luca Ciriani ha ribadito l’avvertimento lanciato martedì dal sottosegretario Giovanbattista Fazzolari: “La difesa dell’Ucraina è un principio sacrosanto, questo è il perimetro del centrodestra”. I maligni tra le righe ci hanno visto un messaggio trasversale al Carroccio. Di sicuro, per Vannacci di indiretto non c’è niente; a stretto giro, infatti, il fedelissimo Rossano Sasso replica e chiede “il rispetto” degli alleati: “Sono gli italiani che devono stabilire quale sia questo confine”. Dimenticando, forse, che le coalizioni si fanno prima che gli elettori si esprimano.

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La vera ironia della giornata, però, è che le tensioni peggiori si registrano a sinistra, tenute coperte paradossalmente proprio dalla fiducia imposta dal governo. L’opposizione, costretta a esprimersi sul patto di maggioranza, ha scelto il “no” in modo apparentemente compatto. Ma le dichiarazioni nel’aula di Palazzo Madama raccontano un’altra storia. Sì, perché Azione, Italia viva e Pd rimpiangono di non aver potuto sostenere il provvedimento: “Ci mettete nelle condizioni di non poter approvare il testo”, ammette Marco Lombardo (Azione), a cui fanno eco il senatore Borghi (Italia viva) e il dem Alessandro Alfieri: “Abbiamo garantito fin dall’inizio supporto al popolo ucraino, purtroppo oggi non possiamo fare lo stesso”. Il collega Filippo Sensi, pur di non bocciare il decreto, non ha partecipato allo scrutinio. Diametralmente opposta la linea di Avs e M5s: “Continuare a inviare armamenti per una guerra in cui mancano gli uomini è accanimento, serve solo ad alzare il prezzo di un negoziato inevitabile”, dichiara il pentastellato Bruno Marton. Per Peppe De Cristofaro (Avs) “discutere l’ennesima proroga di forniture militari è inaccettabile”.

Insomma, la crisi ucraina continua a dominare l’agenda internazionale e il campo largo dovrà decidere se vuole essere realmente tale anche in politica estera. È proprio per evidenziare questo spappolamento altrui che Fazzolari ha richiamato la sua coalizione all’ordine: di fronte alle crepe del centrosinistra, il governo deve dare prova di assoluta compattezza. Nei voti, ma anche nelle parole in libertà.


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