L’Italia in affitto: dalla casa all’auto, perché ormai paghiamo tutto in abbonamento
Dallo streaming alle auto, dal software alla moda: cresce l’economia dell’abbonamento. Così l’Italia dei proprietari sta passando dal possesso all’accesso
C’è un oggetto che continua ostinatamente a resistere, ed è probabilmente per questo che racconta meglio di qualsiasi altro la trasformazione in corso: la chiave di casa. In Italia possedere l’abitazione in cui si vive rimane una delle grandi aspirazioni collettive, un pezzo di sicurezza economica prima ancora che un investimento, qualcosa da acquistare, custodire, lasciare ai figli e, soprattutto, qualcosa che una volta pagato resta lì. Secondo i dati del Censimento permanente riferiti al 2023 e diffusi dall’Istat nel febbraio 2026, il 73,9 per cento delle famiglie italiane vive in una casa di proprietà, mentre il 19,6 per cento è in affitto e il restante 6,5 per cento occupa l’abitazione ad altro titolo. Eurostat, che utilizza una metrica riferita alla popolazione anziché alle famiglie, colloca nel 2024 al 75,9 per cento la quota degli italiani che vive in un’abitazione di proprietà, ben sopra la media europea del 68,4 per cento.
Eppure basta uscire da quella casa, aprire il telefono che teniamo in tasca e guardare ciò per cui paghiamo ogni mese per accorgersi che, attorno a quell’ultimo monumento nazionale alla proprietà, è cresciuta quasi senza rumore un’economia fondata sul principio opposto. La musica non si compra più, si ascolta finché si paga Spotify, Apple Music o uno dei loro concorrenti; i film non riempiono più scaffali di dvd, ma cataloghi ai quali accediamo finché resta attivo Netflix, Prime Video, Disney o Now; molti programmi informatici che una volta venivano acquistati una volta per tutte sono diventati servizi; persino l’automobile, simbolo novecentesco della proprietà privata quasi quanto la casa, è sempre più spesso noleggiata, finanziata attraverso formule che privilegiano la sostituzione periodica o trasformata in una piattaforma sulla quale acquistare servizi digitali anche dopo averla portata fuori dal concessionario.
Non è la fine giuridica della proprietà privata e sarebbe scorretto raccontarla così. È qualcosa di forse più interessante: la progressiva sostituzione della proprietà con il diritto temporaneo di accesso, una mutazione culturale nella quale non paghiamo più necessariamente per avere una cosa, ma per poterla usare oggi, rinunciando in cambio alla certezza di averla ancora domani.
Prima abbiamo smesso di comprare la musica
La rivoluzione è cominciata nel settore in cui oggi quasi non la percepiamo più come tale. Una generazione ha comprato dischi e cd, li ha ordinati sugli scaffali, prestati, persi, regalati e ritrovati vent’anni dopo; quella successiva ha acquistato file digitali; quella attuale paga essenzialmente per l’accesso a una biblioteca sterminata che non le appartiene.
In Italia il passaggio è ormai scritto nei numeri. Nel 2025 il mercato della musica registrata ha raggiunto il record di 513,4 milioni di euro, con una crescita del 10,7 per cento rispetto all’anno precedente, ma oltre 340 milioni sono arrivati dallo streaming e gli abbonamenti premium hanno generato da soli 234,4 milioni di euro, il 14,1 per cento in più rispetto al 2024. Lo streaming rappresenta ormai circa due terzi del valore complessivo del mercato discografico italiano.
Con il video il meccanismo è analogo. Secondo l’ultimo Osservatorio sulle comunicazioni dell’Agcom, nel dicembre 2025 le piattaforme video esclusivamente a pagamento hanno raggiunto in Italia quasi 15,8 milioni di utenti unici; Netflix ha avuto nell’arco dell’anno una media di circa 8,5 milioni di utenti, Prime Video 7,2 milioni, Disney 3,7 milioni, DAZN 2,3 milioni e Now 1,3 milioni. Nello stesso mese gli italiani hanno trascorso complessivamente quasi 46 milioni di ore sui principali servizi streaming a pagamento, il 20,2 per cento in più rispetto a dicembre 2024.
La differenza rispetto al vecchio modello è enorme ma ormai ci sembra naturale: il disco comprato nel 1998 continua a funzionare anche se l’etichetta fallisce, il servizio cambia strategia o il proprietario decide di non spendere più un euro; l’album ascoltato in streaming esiste invece per l’utente all’interno di un rapporto commerciale permanente. La convenienza è evidente, perché con pochi euro si ottiene un catalogo che nessuno avrebbe potuto materialmente acquistare, ma altrettanto evidente è il cambio di paradigma: abbiamo barattato il possesso con l’abbondanza.
Ed è proprio quando questo meccanismo esce dallo schermo che la faccenda diventa più interessante.
L’automobile che non bisogna più possedere
Per decenni l’automobile è stata acquistata quasi con lo stesso linguaggio utilizzato per la casa: era «la mia macchina», veniva tenuta per anni, personalizzata, rivenduta e spesso utilizzata finché i costi di manutenzione non suggerivano di sostituirla.........
