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Il Giappone che non si racconta: viaggio nei luoghi sacri dove il silenzio diventa esperienza

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01.08.2026

Dewa Sanzan, Asahidake, il lago Biwa e il monte Aso: viaggio nel Giappone più spirituale, tra silenzio, natura, leggende e filosofia.

Il silenzio, in Giappone, non comincia quando finisce il rumore, perché esiste già prima, nascosto tra due parole, nella pausa che precede una risposta, nello spazio lasciato vuoto intorno a un oggetto o nel tratto di carta che un pittore decide di non riempire. Non è necessariamente quiete, e ancora meno immobilità, dal momento che può contenere il vento, l’acqua, il canto degli insetti e il legno che scricchiola sotto un passo; è piuttosto una soglia, il punto in cui il mondo smette di chiedere di essere spiegato e torna semplicemente a essere percepito.

Per avvicinarsi a questa idea si può partire da una parola, ma, scritta con il carattere 間, anche se tradurla semplicemente con “silenzio” sarebbe sbagliato. Ma indica infatti l’intervallo, la distanza e il vuoto tra due elementi; può essere uno spazio fisico, una pausa temporale, un momento sospeso nella musica o nella conversazione, qualcosa che separa ma che, allo stesso tempo, permette alle cose di entrare in relazione, esattamente come il silenzio tra due note non interrompe una composizione, bensì contribuisce a darle forma.

Il ma compare nell’architettura, nel teatro, nella disposizione di una stanza, nella cerimonia del tè e nel cinema, ma ridurlo a un principio di arredamento minimalista sarebbe un altro equivoco occidentale, perché non coincide con l’arte di eliminare tutto ciò che appare superfluo: è piuttosto la capacità di riconoscere che ogni presenza ha bisogno di uno spazio intorno a sé per diventare davvero visibile.

È forse questa la prima lezione del Giappone silenzioso, che invita a non riempire necessariamente ogni minuto con un’attività, ogni paesaggio con una fotografia e ogni emozione con una definizione, ricordando che esistono esperienze davanti alle quali il viaggiatore deve fermarsi prima ancora di tentare di comprenderle e che alcune, addirittura, impongono di non essere raccontate.

Un Giappone che non si lascia consumare

C’è un’immagine del Giappone che il mondo conosce molto bene ed è fatta di treni ad alta velocità, distributori automatici, insegne luminose, attraversamenti pedonali affollati, robot, capsule hotel e grattacieli. È un’immagine reale, ma inevitabilmente incompleta, perché basta allontanarsi dalle grandi direttrici urbane per incontrare un Paese diverso, nel quale il tempo non viene misurato soltanto dagli orari ferroviari, ma anche dalla neve che chiude i passi, dal colore delle foglie, dall’apertura stagionale di un santuario o dalla quantità d’acqua che scende da una montagna.

Non sarebbe corretto sostenere che il silenzio rappresenti “l’essenza” del Giappone, dal momento che lo stesso Paese che ha sviluppato il teatro nō e l’estetica della pausa ha creato festival attraversati da tamburi, carri monumentali, danze collettive e grida rituali. La cultura giapponese non è un blocco uniforme e immobile, ma una stratificazione di tradizioni religiose, filosofiche e artistiche differenti, all’interno della quale il silenzio rappresenta comunque uno dei linguaggi attraverso cui il Giappone ha imparato a raccontare il tempo, il sacro e la relazione tra l’essere umano e il paesaggio.

Nella filosofia buddhista la realtà è segnata dall’impermanenza, dalla consapevolezza che tutto ciò che esiste sia destinato a trasformarsi, ma nell’estetica giapponese questa certezza non genera soltanto paura o malinconia, perché diventa sensibilità verso ciò che passa e attenzione alla bellezza proprio in quanto non può essere trattenuta. È il nucleo del mono no aware, l’emozione suscitata dalla transitorietà delle cose, che si manifesta nella fioritura dei ciliegi destinata a durare pochi giorni, in una stagione che finisce o in una luce che cambia prima ancora di essere stata pienamente osservata.

Il viaggio, allora, non serve soltanto a raggiungere un luogo, ma anche a imparare a perderlo, accettando che la sua bellezza non dipenda dalla possibilità di conservarlo per sempre.

Dewa Sanzan, dove il viaggio attraversa la morte

La strada verso il monte Haguro comincia sotto una porta rossa e scompare quasi immediatamente nella foresta, mentre l’aria si fa più fresca, i cedri si alzano verticali ed enormi trattenendo la luce tra i rami e, sul terreno, il muschio ricopre le pietre fino quasi a cancellare i confini tra ciò che è stato costruito dall’uomo e ciò che appartiene alla montagna.

Siamo nella prefettura di Yamagata, nel Tohoku, la regione nordorientale dell’isola di Honshu, dove sorgono Haguro, Gassan e Yudono, le Tre Montagne Sacre di Dewa, centro di culto montano e di pratiche ascetiche da circa 1.400 anni, che insieme formano uno dei paesaggi spirituali più affascinanti del Giappone.

Il percorso tradizionale non è organizzato secondo una semplice progressione geografica, perché rappresenta un vero e proprio viaggio attraverso l’esistenza: il monte Haguro simboleggia il presente e il mondo dei vivi, Gassan il passato, la morte e il regno degli antenati, mentre Yudono rappresenta il futuro e la rinascita. Completare il pellegrinaggio equivale simbolicamente a morire e tornare alla vita trasformati e, durante il periodo Edo, la visita alle tre montagne veniva considerata una forma di rinnovamento spirituale, una possibilità di ricominciare senza dover attendere un’altra esistenza.

Sul monte Haguro il pellegrino incontra 2.446 gradini di pietra, lungo una salita che attraversa una foresta di cedri secolari e raggiunge una pagoda a cinque piani in legno non dipinto, classificata Tesoro nazionale.........

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