Il cinema coreano non è più una scoperta: da The Assassin(s) con Lee Min-ho, il 2026 racconta cosa viene dopo
A dieci anni dal fenomeno Train to Busan, una nuova generazione di film e il ritorno dei grandi autori confermano quanto Seoul sia diventata centrale nell’immaginario cinematografico globale
Ci sono voluti dieci anni perché il treno per Busan arrivasse davvero nelle sale italiane e, nel frattempo, il cinema coreano ha fatto il giro del mondo, ha conquistato Cannes e gli Oscar, è entrato stabilmente nelle piattaforme e nei grandi festival internazionali e ha cresciuto una generazione di spettatori per la quale nomi come Gong Yoo, Lee Min-ho, Jeon Do-yeon o Park Chan-wook non hanno più bisogno di una lunga introduzione. È forse questa la prospettiva più interessante da cui osservare l’arrivo, il prossimo 2 settembre, di Train to Busan nei cinema italiani, per la prima volta sul grande schermo nel nostro Paese e in versione 4K grazie a BIM Distribuzione e Tucker Film: non tanto la scoperta tardiva di un cult, quanto la misura quasi perfetta della distanza che continua talvolta a separare la velocità con cui la cultura sudcoreana viaggia nel mondo dalla velocità con cui noi decidiamo di accorgercene.
Quando Train to Busan fu presentato nel 2016 alle Midnight Screenings del Festival di Cannes, Yeon Sang-ho costruì attorno ai 453 chilometri che separano Seoul da Busan qualcosa di molto più sofisticato di uno zombie movie, perché dentro quel KTX lanciato verso sud c’erano l’egoismo e la solidarietà, le gerarchie sociali, la paura del contagio e quella dell’altro, ma soprattutto il riflesso con cui una comunità in emergenza decide chi meriti di essere salvato e chi possa invece essere sacrificato. Lo stesso Yeon lo spiegò nelle sue note di regia con una frase che oggi, dieci anni dopo, sembra quasi la chiave dell’intera sua filmografia: «Ho scelto gli zombie proprio perché possono incarnare varie sfumature sociali: non sono mostri, sono soltanto esseri umani contagiati e trasformati da un virus».
La coincidenza che rende particolarmente significativo il ritorno di quel film nel 2026 è che, mentre l’Italia scopre finalmente Train to Busan in sala, Yeon Sang-ho è già andato oltre, tornando proprio a Cannes, esattamente dieci anni dopo, con Colony (Gun-che), ancora nelle Midnight Screenings. Se nel 2016 il contagio correva lungo una linea ferroviaria, questa volta entra in un convegno di biotecnologia ospitato in un edificio che viene isolato quando un virus capace di mutare rapidamente comincia a diffondersi e gli infetti iniziano a trasformarsi; nel cast ci sono Gianna Jun, Koo Kyo-hwan, Ji Chang-wook, Shin Hyun-been, Kim Shin-rock e Go Soo, mentre il box office coreano ha già superato i 5,95 milioni di spettatori.
Dieci anni dopo, il cinema coreano non deve più dimostrare di esistere
Il cortocircuito è quasi troppo perfetto: nel 2016 Yeon Sang-ho immaginava il contagio come qualcosa che attraversava fisicamente la Corea e costringeva gli esseri umani a rivelare ciò che erano quando le regole della società smettevano di funzionare; dieci anni dopo, con Colony, la paura è entrata nelle biotecnologie, nella mutazione e nella possibilità che il corpo umano stesso diventi qualcosa di instabile e difficilmente classificabile. Nel mezzo, però, non è cambiato soltanto il mondo: è cambiata soprattutto la posizione del cinema sudcoreano dentro quel mondo, perché ciò che ancora nel 2016 poteva essere presentato a una parte del pubblico occidentale come una sorprendente anomalia asiatica oggi appartiene stabilmente alla grammatica del cinema internazionale.
Cannes, nel 2026, lo ha mostrato con una chiarezza persino simbolica. Park Chan-wook ha presieduto la giuria del 79° Festival, ventidue anni dopo il Grand Prix conquistato con Oldboy; Na Hong-jin è entrato in concorso con Hope, mentre Yeon Sang-ho portava Colony nelle Midnight Screenings e July Jung arrivava alla Quinzaine des Cinéastes con Dora. Non una presenza isolata, dunque, ma quasi una cartografia della cinematografia sudcoreana contemporanea: il maestro ormai canonizzato, il cinema di genere, il blockbuster, l’autrice indipendente, la produzione capace di muoversi tra pubblico nazionale e festival internazionali senza più percepire i due territori come incompatibili.
È difficile, del resto, continuare a........
