Quanto dice di noi il caso di Bergamo: il 13enne che accoltella e l’idea che “gli altri non contano”
Ridurre il tentato omicidio della professoressa (e dei genitori) alla malvagità di un tredicenne è molto comodo. Perché così possiamo fingere che il suo credo («conto solo io») non ci appartenga. Invece è la cifra malata dell’oggi
Senza rendersene conto, il tredicenne che ha accoltellato la sua insegnante a Bergamo ha scritto il manifesto della nostra epoca, ha riassunto in poche battute il lato oscuro della nostra società. E che va al di là della solita questione dei social e della tecnodipendenza. Quello che è accaduto non è un semplice fatto di cronaca, ma è un sintomo di un modo diffuso di intendere la vita. In quattro frasi, probabilmente copiate, il ragazzino sintetizza bene la sindrome che affligge il nostro tempo. Eccole, in sintesi: «Non posso più vivere una vita così. Una vita piena di ingiustizia, mancanza di rispetto e banalità. Ucciderò la mia insegnante di francese. Sono unico, non imito casi precedenti. Voglio essere riconosciuto perché vado contro la norma. L’unica cosa che conta sono io, nessun altro conta, nessuna vita conta oltre la mia. E la vita è inutile se decidi di viverla come un topo. Le regole non sono cose da seguire ma da infrangere, perché devo vendicarmi». Ecco il manifesto ideologico dell’odio o dell’io che si crede dio (che sembra poi l’estensione di quel che traduciamo in sintesi con odio). Aggiungete a tutto questo la percezione d’impunità:........
