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l cibo del paradiso e i fioroni del peccato

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06.07.2026

La varietà di albicocca di Bisceglie e il primo frutto del fico sono due pezzi di Dna culinario del Sud. Non sono esportabili lontano, né riproducibili, pena il deperimento. Perciò sono considerati le “scatole nere” gastronomiche della Terronia, un inno contro la globalizzazione del palato a tutti i costi

Quando leggerete queste righe, l’oggetto di questo mio scritto sarà già scomparso, sarà il dolcissimo ricordo di una fugace beatitudine. Tutto è successo in una magnifica sera di giugno, dopo un evento letterario a Bisceglie, coi finalisti del premio Strega che si azzuffavano su Michela Murgia. Eravamo seduti nel cortile della libreria Le Vecchie segherie, quando il suo proprietario, Mauro Mastrototaro – i nomi dei benemeriti vanno sempre additati al pubblico elogio – con volto raggiante porse dalle sue mani il biglietto d’ingresso al Paradiso. In un piccolo cesto c’era un frutto raro e leggendario, introvabile, che sospiravo non so da quanto e non vedevo, non gustavo, da tempo. Sto parlando del cibo del Paradiso, un frutto che si conosce e si coglie solo nelle campagne del mio paese, grazie a singoli rari alberi; alberi in via d’estinzione, con frutti di vita effimera e cagionevole, da cogliere e consumare al volo, così rara è l’occasione. Ci hanno provato ma non si riesce a piantarli fuori dal nostro agro. Il cibo del Paradiso somiglia a un’albicocca, ma tale non è; ha qualcosa di più e di diverso, è più grande di........

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