Geni killer e cicatrici sul cuore: ecco il perché degli infarti improvvisi (anche per chi stava bene)
Tre studi coordinati dalla Società Italiana di Cardiologia cambiano il modo di prevedere il rischio di arresto cardiaco improvviso. Non basta più guardare quanto il cuore pompa: mutazioni genetiche e fibrosi invisibili possono colpire anche giovani sportivi apparentemente sani.
Ci sono storie che ogni volta sembrano impossibili da spiegare: ragazzi che fanno sport, adulti apparentemente in perfetta salute, persone senza sintomi e con controlli cardiologici rassicuranti che improvvisamente si accasciano a terra. La morte cardiaca improvvisa continua a rappresentare uno degli enigmi più inquietanti della medicina moderna, proprio perché spesso colpisce quando tutto sembra normale. Ma oggi qualcosa sta cambiando. Tre studi internazionali coordinati da ricercatori italiani della Società Italiana di Cardiologia, pubblicati su prestigiose riviste scientifiche, da JAMA Cardiology a European Heart Journal fino al Journal of the American College of Cardiology: Heart Failure, stanno infatti ridefinendo il modo in cui si valuta il rischio di morte cardiaca improvvisa. Il messaggio è netto: affidarsi soltanto alla capacità del cuore di pompare sangue potrebbe non bastare più. Dietro arresti cardiaci finora inspiegabili potrebbero nascondersi mutazioni genetiche ad alto rischio e cicatrici microscopiche nel muscolo cardiaco, invisibili agli esami di routine ma rilevabili con strumenti più sofisticati come la risonanza magnetica cardiaca. La novità è di quelle che potrebbero cambiare il modo stesso di fare prevenzione. Per decenni il criterio dominante è stato uno: la frazione di eiezione, cioè la capacità del ventricolo sinistro di pompare sangue. Se il cuore funzionava bene, il rischio appariva contenuto. Ma non sempre è così. «La stima della funzione sistolica del ventricolo sinistro ha rappresentato per decenni il principale parametro per valutare il rischio di aritmie fatali, ma oggi stiamo ampliando i confini della valutazione clinica introducendo nuovi elementi», spiega Gianfranco Sinagra, presidente della SIC e direttore della Cardiologia dell’Università di Trieste. «Ci sono pazienti portatori di mutazioni genetiche maligne che........
