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Discoteche, la fine di un’epoca: in Italia ne sono sparite oltre 2.100

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08.03.2026

In tre lustri hanno serrato i battenti più di 2 mila locali. Il calo demografico ha eroso il bacino d’utenza, i lockdown con il Covid hanno cambiato la testa e i gusti dei ragazzi e fatto esplodere i costi di gestione. Un mix letale per un settore che ai tempi d’oro valeva oltre 1 miliardo di euro. E chi resiste ha la sfida sicurezza

Dal punkabbestia alle tipe più chic, chiunque almeno un’ora c’è stato. Tra foto perse nella libreria, fantasmi di una vecchia compagnia, quel posto che era più di casa mia, che cosa è diventato?». La risposta a questa domanda – che si pone Max Pezzali nel singolo Discoteche abbandonate, è varia ma comunque malinconica: un supermercato piuttosto che un posteggio, un outlet di divani, un fast food, una discarica, un condominio oppure – nel caso peggiore e per nulla raro – un blocco di cemento ammuffito abitato da balordi.

Le discoteche hanno chiuso, gente, e non riapriranno il prossimo weekend. In un quindicennio nel nostro Paese hanno staccato la spina 2.100 locali notturni. La foto della fine della festa è presto fatta: sino agli anni Novanta l’Italia si scatenava in circa 7 mila templi del ballo, bacino che s’è ridotto del 52 per cento e non accenna a riprendere vigore (appena 630 nuove aperture nel periodo 2010-2023). A forza di tachipirina e vigile attesa è svanita anche la febbre del sabato sera insieme ai suoi portatori sani, i teenager. Una delle cause più evidenti – sebbene non l’unica – della moria dei dancehall è il calo demografico. Il numero di ragazzi nel Belpaese è crollato: negli ultimi 20 anni (rapporto Istat 2024) la popolazione fra 18 e 34 anni è diminuita di 3 milioni d’unità e altri 3 milioni se ne perderanno nel prossimo ventennio. Le folle sterminate che ondeggiano a tempo sulle note di The rhythm of the night di Corona (correva l’anno 1994) sono archeologia sociale. I ritrovi luccicanti della musica disco, all’epoca destinazione finale del rito collettivo del divertimento giovanile, sono rovine.

Lo Studio Zeta di Caravaggio, una specie di Mecca danzereccia per mezzo Nord Italia, è un supermarket. Cassiere al posto delle cubiste. Il Marabù di Reggio Emilia (affluenza media di 30 mila persone fra venerdì e sabato nella golden age) è stato quasi interamente demolito. Ruspe al posto delle luci strobo. L’Ultimo Impero (provincia di Torino) si espandeva su quattro piani e poteva contenere 8 mila persone: adesso è zeppo di sterpaglie e sulla facciata scrostata dispiega le ali – rendendo perfino più lugubre lo scenario – il pipistrello simbolo di una nota marca d’acolici. Clochard al posto dei barman. La........

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