menu_open Columnists
We use cookies to provide some features and experiences in QOSHE

More information  .  Close

Karaoke, il rito pop anni Novanta è diventato chic: ora si canta tra atmosfere asiatiche e cocktail d’autore

24 0
03.05.2026

Dai privé del palazzo Ronin a Milano al lusso trasteverino del Vanity Club. Il rito asiatico del cantare insieme si evolve tra sushi box, carni wagyu e cocktail d’autore.

Sgolarsi in compagnia, con le parole delle canzoni che scorrono su uno schermo e la musica sparata a palla nell’ambiente dove avviene il rito.

Il karaoke è ancora questo? Panta rei, diceva Eraclito, tutto scorre, tutto cambia, dagli imperi alle istituzioni, allo stare insieme per un compleanno, una promozione, una rimpatriata tra amici. Cantare senza preoccuparsi delle stonature, di non sapere le parole, e nel frattempo bere e mangiare, sulle prime può creare imbarazzo, ma presto si allentano le cravatte e tutti, il collega impettito, l’amica musona, il fidanzato timido, si sciolgono nel divertimento.

Il karaoke, invenzione giapponese, non è antico come altre arti nipponiche: risale agli anni Settanta e ha un padre, il musicista Daisuke Inoue di Kyoto, che mise a punto il primo apparecchio da installare nei locali. Il padre italiano fu Fiorello, allora detto Codino: in tv (Italia 1, anno di grazia 1992) fece cantare le piazze con il programma itinerante chiamato appunto Karaoke. Un successo travolgente.

Da lì, il rito ha preso piede, diventando un fenomeno chiassoso, buono per far baldoria. Ebbene, le cose sono cambiate. Oltre al flagello sonoro più sguaiato, che non dà segno di calo, vanno alla........

© Panorama