Bachmann, la poetessa che amò la luce fino alla morte
«Più bello della nobile luna e della sua luce gentile/ Più bello delle stelle, gloriose insegne della notte,/ Molto più bello d'una cometa al suo ardente apparire,/ È chiamato a gesta assai più belle d’ogni altro astro,/ Ché a lui ogni giorno la tua e la mia vita si deve, è il sole». Sono versi che bruciano e che torneranno, tragicamente, sotto forma di fuoco, sulla pelle di Ingeborg Bachmann (1926-1973).
Nata a Klagenfurt, in Carinzia, dove trascorre l’infanzia e l’adolescenza durante l’ascesa del nazismo, compie studi di giurisprudenza e di germanistica, coronati da una tesi controcorrente su Martin Heidegger, scritta con la convinzione di “buttarlo giù” e non farlo sopravvivere alla sua dissertazione. Il suo assalto al filosofo tedesco, per ragioni etico-ideologiche, nasconde una malcelata forma d’ammirazione, fino al punto di far riapparire l’autore di Essere e tempo dietro il pensiero esatto dell’amato Wittgenstein. È come sa la giovane poetessa tracciasse una linea insuperabile all’origine della poesia ontologica, traducibile in termini di lingua di confine.
ACCETTARE DI STARE AL MONDO
«Nulla di più bello sotto il sole che stare nel sole», è........
