Perché esiste il Pride e perché lo dobbiamo “sopportare” durante tutto il mese di giugno?
Ogni anno, a giugno, le strade delle nostre città si riempiono di bandiere arcobaleno, musica, colori. In Italia è l’Onda Pride, che percorre tutta la penisola fino ai primi giorni di settembre, dalle città più grandi ai piccoli centri. Così succede anche in Spagna e in tanti altri paesi europei e non. E con il Pride anche le solite polemiche e critiche che lo accompagno.
L’attuale Presidente della Regione di Madrid, Isabel Díaz Ayuso, del Partito Popolare (centro-destra) qualche anno fa si espresse in merito al Pride “prima il Pride o l’8 marzo si celebravano quel giorno, se ne parlava il giorno prima, e poi finiva. Poi si è passati a una settimana e adesso siamo costretti a sopportarlo per un mese intero” (“antes me acuerdo que el Orgullo o el 8M se celebraban ese día, se hablaba de él el día anterior, pero luego ya pasó a ser una semana y ahora ya estamos un mes aguantándolo”). Altri politici e politiche italiane di destra e centro destra si sono espresse nel corso degli anni in modo analogo, considerando la manifestazione una “carnevalata” o additandola come una “minaccia per bambini e famiglie”.
Ma perché si festeggia il Pride? Perché lo si festeggia ancora? Cosa significa davvero questa manifestazione? Perché se c’è una festa dell’orgoglio LGBTIQ , non esiste anche una festa dell’orgoglio eterosessuale-cis?
E poi: lo si fa a giugno per ragioni commerciali o climatiche? Perché alle persone LGBTIQ piace spogliarsi? E… non si chiamava GayPride?
A quante di queste domande crediamo di poter rispondere e quanto siamo certi di dare la risposta giusta?
Tutto inizia in un bar di New York, lo Stonewall Inn su Christopher Street, un locale abbastanza trasandato, piccolo, senza alcuna caratteristica specifica, eccetto una: era uno dei pochi luoghi in cui uomini gay, drag queen, persone trans si ritrovavano per esprimersi liberamente, per ritrovarsi tra simili, per non sentirsi gli occhi addosso, per non percepire il disprezzo sociale. Lo Stonewall era un rifugio, un posto in cui “poter sopravvivere”.
Nel 1969, negli Stati Uniti essere omosessuali o trans era illegale quasi ovunque e l’omosessualità era ancora considerata una malattia dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (verrà tolta dalla lista delle patologie mentali solo il 17 maggio 1990). La polizia aveva il compito di dissuadere questi “comportamenti” e per questo eseguiva abitudinariamente retate nei bar frequentati da persone LGBTQ , arrestandole ed umiliandole pubblicamente.
Lo stesso accadeva regolarmente anche allo Stonewall Inn. Ma, la notte del 28 giugno qualcosa cambiò.
Quando gli agenti iniziarono a portare fuori le persone in manette, la folla che si era radunata davanti al locale non se ne andò. E a un certo punto, smise di obbedire. Furono due donne trans le prime a ribellarsi: si chiamavano Marsha P. Johnson e Sylvia Rivera, ed avevano solo 23 e 17 anni.
I disordini durarono diversi giorni. La comunità si organizzò e le proteste si moltiplicarono. Non era mai successo prima a questa scala: persone LGBTIQ che resistevano collettivamente e pubblicamente alla violenza dello stato.
Marsha P. Johnson, afroamericana, attivista e drag queen iconica, divenne nei decenni successivi uno dei volti più riconoscibili della lotta per i diritti LGBTQ . Sylvia Rivera, di origini portoricane e venezuelane, fondò con Marsha nel 1970 la STAR — Street Transvestite Action Revolutionaries — una delle prime organizzazioni che offriva rifugio e supporto a giovani trans senzatetto.
L’anno successivo, il 28 giugno 1970, a un anno esatto dai fatti di Stonewall, si tenne a New York la prima marcia della storia: il Christopher Street Liberation Day. Altre marce iniziavano a farsi strada a Los Angeles, San Francisco e Chicago e tutte con una comune caratteristica: non erano parate bensì delle marce politiche di rivendicazione.
Nel tempo le celebrazioni, hanno assunto anche una connotazione festosa, ma rimanendo sempre e principalmente manifestazioni in cui si reclamano e rivendicano diritti. E il nome “Gay Pride” è diventato semplicemente “Pride” per poter includere tutte le diversità riconosciute nell’acronimo che ci definisce LGBTIQ .
Nasce così il Pride: una marcia, che è soprattutto una lotta per la rivendicazione dei propri diritti in quanto persone; persone che però si discostano dal modello maggioritario che impone comportamenti, abiti, stili di vita, sessualità che non ci appartengono; persone che hanno scelto........
