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Memecrazia o diplomazia del ricatto

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30.06.2026

Negli ultimi anni le pratiche della comunicazione hanno avuto come influenzatori leader che, invece di puntare al dialogo, hanno sfruttato una dinamica che sta trasformando le nostre democrazie in strutture “memecratiche”. Ma prima di cominciare la nostra analisi chiediamo aiuto alla Treccani: “«meme»- Singolo elemento di una cultura o di un sistema di comportamento, replicabile e trasmissibile per imitazione da un individuo a un altro o da uno strumento di comunicazione ed espressione a un altro (giornale, libro, pellicola cinematografica, sito internet, ecc.)”. Su quanto questi “meme” siano influenti in rete, sempre la Treccani, aggiunge: “I «meme» digitali sono contenuti virali in grado di monopolizzare l’attenzione degli utenti sul web. Un video, un disegno, una foto diventa «meme» (termine coniato nel 1976 dal biologo Richard Dawkins ne Il gene egoista per indicare un’entità di informazione replicabile) quando la sua «replicabilità», che dipende dalla capacità di suscitare un’emozione, è massima.”

Il termine “meme” viene dal greco “mimema”, che significa “imitazione”, e indica un’idea o un’immagine, ormai quasi sempre dal tono derisorio, rappresenta l’estrema semplificazione del pensiero e, al diffondersi in modo virale, nella sua immediatezza, cioè, nella sua mancanza di mediazione (o di dialogo), comunica senso di appartenenza e si sosituisce al pensiero articolato, facendo opposizione a qualsiasi tipo di argomentazione che lo smentisca.

Da lì passiamo al termine “memecrazia” (utilizzato per la prima volta da Wolfgang Ullrich), che descrive un sistema in cui il potere utilizza un linguaggio in codice che, tramite la viralità, esercita il controllo dell’attenzione. E del pensiero.

Ma il “meme” non è solo un’icona o tre parole prese da un discorso più ampio, è anche un estratto di un video, una citazione decontestualizzata e, quindi, privata del necessario approfondimento, una foto presa a tradimento, un gesto,  un insulto… anzi, funziona meglio, la storia recente lo insegna, se al creare senso di comunità da una parte, l’altra parte diventa oggetto di derisione.

Non è cosa nuova, ricordo quando da bambino correva voce che “i comunisti mangiavano i bambini” (c’era chi ci credeva) e in anni più recenti una schiera di politici urlatori hanno trasformato il dibattito in grideria di slogan raramente sostenuta da necessari........

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