«Io credo nell’America»
«Io credo nell’America».
Uno schermo completamente nero e, all’improvviso , appare un viso agitato e coinvolgente: è il nostro primo incontro ne Il Padrino, ma non è con un mafioso. È un uomo che crede nello Stato, nel lavoro e nella legge. E, quando la figlia viene aggredita e il tribunale lascia andare i colpevoli, a Bonasera non resta che rivolgersi a chi, in apparenza, può offrirgli la giustizia che cerca.
Don Corleone emerge lentamente dall’ombra, con un’introduzione sacrale. Non assomiglia affatto a ciò che ci aspetteremmo da un criminale. Siede immobile dietro la scrivania, controllato, ascolta più di quanto parli e sembra avere più cose in comune con un giudice che con un criminale.
Coppola ce lo presenta anzitutto come uomo d’onore e di rispetto, facendoci entrare nel suo potere attraverso il fascino, lasciando che sia il tempo a rivelarne il volto. E questa seduzione funziona perché non nasce dal nulla, si appoggia su un immaginario già presente, su un’idea di potere che la storia aveva già reso familiare.
La mafia sembra avere due origini che si intrecciano: una che arriva dai documenti e una che arriva dalle storie, dalla cosiddetta Leggenda Fondante.
La leggenda racconta la storia di tre fratelli spagnoli, i cavalieri Osso, Mastrosso e Carcagnosso, che, dopo aver vendicato la sorella stuprata uccidendo il responsabile e la sua famiglia, fuggono fino all’isola di Favignana.
Si narra che i tre vissero per 29 anni, 11 mesi e 29 giorni nelle grandi e profonde caverne dell’isola, dove si dedicarono alla codificazione di un manuale d’onore, cercando di rispondere a domande fondamentali: Cos’è l’onore? Cos’è il potere? Come fa un uomo a poter esercitare quel potere, comandare, con onore?
Dopo la forgiatura del codice d’onore si separarono, Osso andò in Campania e fondò la Camorra, Mastrosso in Calabria fondando la ‘Ndrangheta e Carcagnosso in Sicilia dando vita a Cosa Nostra.
Non importa che la storia sia plausibile, importa che offra alla mafia ciò che ogni potere desidera: un’origine nobile. Non ci si chiede né come siano sopravvissuti per tre decenni in quella caverna senza impazzire, né se non sia un po’ ironico che i 30 lunghi anni dedicati a scrivere d’onore li abbiano passati nascosti.
I tre fratelli appaiono ancora oggi nei rituali di affiliazione, dove gli aspiranti affiliati giurano su “i tre vecchi”, mostrando come il mito abbia offerto qualcosa in cui credere, profondità simbolica e senso di appartenenza capace di funzionare da scudo ideologico.
Ma se il mito appartiene al terreno della leggenda, l’origine storica della mafia ci riporta invece ai documenti. La prima traccia compare in un’ordinanza reale borbonica del 1735, in cui appare per la prima volta il termine «Camorra», in riferimento a coloro che riscuotevano una tassa sul gioco d’azzardo, la morra. In realtà, già dalla fine del Seicento a Napoli e nelle altre province del Regno erano presenti gruppi criminali organizzati, dotati di gerarchie, codici di comportamento e forme di controllo che oggi definiremmo mafiose.
Se la Camorra è la prima organizzazione a entrare nella documentazione ufficiale, ciò è dovuto alla centralità di Napoli all’interno dello Stato borbonico.
Queste strutture precedenti all’unità d’Italia offrivano una forma di giustizia alternativa a quella dello Stato.
Mito e storia, in questo passaggio, raccontano la stessa cosa: una mafia che si presenta come potere parallelo. In Italia, lo Stato, anche se unificato, arrivava tardi nei territori: non riusciva a farsi sentire, né a essere riconosciuto. Proprio per la debole presenza istituzionale, in un contesto in cui servivano ordine e arbitrato, le comunità locali rivolsero lo sguardo verso attori e organizzazioni in grado di svolgere, apparentemente, queste funzioni.
I capi mafiosi, e con essi il loro........
