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Nessuno sopravvive alla morte di un figlio

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22.02.2026

In una delle scene più toccanti di “Jesus Christ Superstar”, iconico film del 1973, passato alla storia soprattutto per la clamorosa colonna sonora firmata da Andrew Lloyd Webber e interpretata da cantanti eccezionali quali Ted Neeley e Carl Anderson, Gesù, oppresso dall’incombente senso della morte che si avvicina, incontra un gruppo di lebbrosi.

Questi e non solo loro, in verità, perché nella massa c’è ogni altro di tipo di malato: ciechi, sordi, storpi, mutilati, deformi, appestati, emarginati ai confini della città proprio per la loro condizione di reietti. E tutti quanti chiedono pietosamente al Salvatore di guarirli. E si avvicinano, a gruppi, a schiere, a torme e lo implorano, lo pregano, lo spingono, lo accerchiano e sono talmente tanti, talmente assembrati che a un certo punto Gesù si sente soffocare e gli chiede, anzi, gli urla disperato e minaccioso, di andarsene, di lasciarlo stare, di guarire da soli. Quei malati sono troppi anche per lui. Anche il figlio di Dio è impotente. Non può farsi carico di tutto il male del mondo. È questa la sua sconfitta più nera e definitiva, che lo rende così umano nella rivisitazione dei Vangeli offerta da un musical hippie figlio degli anni Settanta, ma talmente emozionante da essere ormai un classico della nostra cultura.

Più il dolore diventa diffuso, universale e stratificato più rende l’uomo lontano e insensibile, portandolo ai limiti dell’indifferenza. L’uomo, l’uomo comune, sa che non può farci nulla, che troppe sono le morti, le........

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