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I comici di professione e i politici giullari

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15.02.2026

Quello che fa ridere della battuta da caserma non è tanto la battuta in sé, che di solito è volgare e penosa, ma il brivido clandestino che produce in noi. Che faccia farebbe il nostro carismatico direttore, il nostro vicino di casa che compulsa “Limes”, la nostra consulente finanziaria abbonata al “New York Times” e soprattutto noi stessi, così seriosi e così pomposi, nel vederci sghignazzare a una burinata del genere?

D’altronde, non tutti si divertono con Charlie Chaplin e Buster Keaton, e quindi che un comico di grana grossa come Andrea Pucci riempia regolarmente i teatri, così come i fratelli Vanzina (che non sono precisamente i fratelli Coen) riempiono i cinema e i Maneskin (che non sono precisamente i Radiohead) riempiono i palazzetti è del tutto normale. E di conseguenza che un comico molto nazional popolare come il Pucci di cui sopra venga invitato a co-condurre l’archetipo, l’emblema, la metafora degli spettacoli nazional popolari, e cioè il Festival di Sanremo presentato da Carlo Conti (che, a sua volta, non è precisamente Zavoli o Tortora), è del tutto coerente. Del tutto fisiologico. Del tutto condivisibile. E quindi, in un paese normale, tutta questa vicenda verrebbe chiosata con un olimpico chissenefrega.

Nella repubblica delle vongole, invece, apriti cielo. Appena Pucci ha postato una foto di spalle con il sedere al vento e la dida “Sanremo… sto arrivando” si è scatenato l’inferno, rigorosamente bipartisan, perché quando c’è da coprirsi di ridicolo qui in........

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