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Nazionalismi di ritorno dietro alle guerre

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09.03.2026

ll vento bellicista che soffia in Occidente nasce dal ritorno di quel nazionalismo che, dopo aver determinato due conflitti mondiali, si era inabissato per decenni per poi riaffiorare prepotentemente all’indomani della globalizzazione.

La storia insegna che, nella sua esaltazione identitaria, il nazionalismo (oggi pudicamente definito “sovranismo”) tende a legittimare il ricorso a strumenti di difesa e di espansione anche di tipo militare. In questo senso, nazionalismo e militarismo sono due fenomeni strettamente correlati.

Si ponga mente all’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione Russa. Secondo Vladimir Putin, si è trattato di un atto imposto dalla necessità di preservare l’unità storica e culturale tra russi e ucraini ponendola al riparo delle insidie annessioniste dell’Europa. A sua volta, il perenne conflitto tra Israele e palestinesi rappresenta lo scontro tra nazionalismi e rivendicazioni territoriali. Le cause del conflitto sono molteplici ma è indubbio che la dimensione identitaria contribuisca a radicalizzare le posizioni e a rendere politicamente più difficile la mediazione. Anche le tensioni tra Iran e i suoi avversari regionali sono da inquadrare secondo una dinamica in cui sicurezza, prestigio e sovranità vengono declinati in chiave eminentemente nazionale.

Pertanto, il clima bellicista imperante in Occidente affonda le radici in questo “mostruoso connubio” tra nazionalismo e militarismo che ha determinato un aumento generalizzato delle spese per la difesa e il progressivo abbandono della cooperazione multilaterale. In questa temperie, il linguaggio della politica, dopo avere abbandonato il tradizionale registro della mediazione, ha concepito un nuovo paradigma fondato sull’aggressività e sulla costruzione artificiosa di un nemico che, come da tradizione, è lo “straniero” (dal latino “extraneus”). Parole come solidarietà, diversità, alterità, sono state derubricate dal lessico civile in quanto ritenute un’insidia alla propria identità a cui il nazionalismo annette un’accezione antagonistica. La logica della contrapposizione, della deterrenza e della preparazione al conflitto ha finito per contagiare anche le componenti più progressiste dell’establishment che, per ignavia o per opportunismo, non hanno saputo opporre resistenza alla bieca narrazione di una comunità assediata dal pericolo immaginario di un’invasione o dalla minaccia incombente di una “sostituzione etnica”.

Sarebbe, tuttavia, semplicistico imputare al nazionalismo tutti i conflitti del pianeta le cui cause restano, invero, molteplici: interessi economici, equilibri di potenza, fattori interni. Ciò malgrado, oggi occorre collocare tutte le guerre del pianeta all’interno di un contesto culturale e ideologico che rischia di trasformarle in uno strumento ordinario della politica. In proposito, occorre rammentare che il rapporto tra nazionalismo e politica è sempre stato problematico. Infatti, se la “nazione” viene identificata fideisticamente in una comunità intangibile e impermeabile a ogni sorta di “contaminatio”, viene meno il senso della democrazia e della politica “tout court” perché ogni compromesso viene percepito come una forma di tradimento e ogni negoziato come un cedimento. Pertanto, non è un caso che, per la prima volta dopo la Guerra Fredda, l’umanità intera sia chiamata a fare i conti con se stessa.

Il rapporto tra noi e gli altri rappresenta per la cultura occidentale un drammatico crocevia. Occorre capire se sia possibile evitare che l’identità trasmodi in esclusivismo, come vorrebbe il nazionalismo che usa brandire il valore dell’identità come un’arma. In caso contrario, il forte legame tra nazionalismo e militarismo condurrà fatalmente l’Occidente a ritenere il conflitto non più una eventualità, ma una prospettiva strutturale destinata a incidere sui destini di tutti i popoli condannandoli alla precarietà permanente. Una società fondata sulla paura: questo è il futuro distopico che piace ai nazionalisti che vorrebbero riportare all’indietro l’orologio della Storia trasformando il cittadino in un suddito impaurito che invoca uno Stato Leviatano il quale, fingendo di dargli sicurezza, ne alimente costantemente le paure. Come diceva don Lisander Manzoni, “la storia insegna che la storia non insegna nulla”.


© La Provincia di Como