L’endometriosi dopo la menopausa: cosa cambia. Terapia ormonale si o no? Lo spiega il ginecologo
L’endometriosi dopo la menopausa: cosa cambia. Terapia ormonale si o no? Lo spiega il ginecologo
L’endometriosi dopo la menopausa: cosa cambia. Terapia ormonale si o no? Lo spiega il ginecologo
Giornata Mondiale dell'Endometriosi, il dottor Petraglia (coordinatore delle Linee Guida SIGO): la malattia tende a fermarsi, ma serve attenzione. Quali controlli e a cosa prestare attenzione
Endometriosi e menopausa: la tregua. Ma l'esperto chiarisce a cosa fare attenzione
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L’endometriosi è una condizione che colpisce milioni di donne in età fertile, caratterizzata dalla presenza di tessuto simile all’endometrio al di fuori dell’utero. Ma cosa succede quando una donna entra in menopausa? I sintomi cessano? È ancora necessario un trattamento? Come regolarsi con un'eventuale terapia ormonale sostitutiva? Se l'informazione generale circa questa patologia è molto puntuale, meno si parla dell'evoluzione della malattia in questa fase della vita. Ne parliamo in occasione della Giornata Mondiale dell’Endometriosi del 28 marzo 2026.
La buona notizia è che per le donne con una storia di endometriosi, l’ingresso in menopausa rappresenta spesso una sorta di tregua naturale dai sintomi che hanno caratterizzato anni di vita fertile. La riduzione degli estrogeni ovarici spegne l’attività della malattia, portando sollievo. Ma cosa significa concretamente per la salute e quali attenzioni restano necessarie? Ne parliamo con il Professore Felice Petraglia, ordinario di Ginecologia e Ostetricia dell’Università degli Studi di Firenze, direttore della Scuola di Specializzazione in Ostetricia e Ginecologia e del Dipartimento Materno-Infantile presso l’Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi di Firenze, nonché coordinatore delle Linee Guida SIGO sull’endometriosi.
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L’endometriosi dopo la menopausa: cosa cambia
Professore, innanzitutto come cambia l’endometriosi quando una donna entra in menopausa? "L’endometriosi dopo la menopausa non è attiva per la mancanza dello stimolo ormonale estrogenico ovarico". Ciò conferma che la malattia, in assenza di estrogeni, tende a fermarsi. Di conseguenza, ci siamo chiesti se la menopausa possa rappresentare una vera e propria pausa dai sintomi o se la malattia possa persistere in forma silente.
Petraglia rassicura: "La menopausa interrompe i sintomi dell’endometriosi; non ci sono osservazioni sulla eventuale persistenza di cellule endometriosiche silenti." E se le donne si chiedono se possano comparire nuovi sintomi in menopausa rispetto all’età fertile, l'esperto conferma: "Dopo la menopausa le pazienti con endometriosi non hanno più sintomi." Chiaramente, è bene rammentare che possono esistere lesioni fibrotiche o cicatrici che si sono create durante la malattia fertile, in quel caso, il disagio è rappresentato dai danni precedenti, quando l'endometriosi era ancora attiva.
Terapie ormonali e gestione della malattia
Il discorso diventa più delicato quando si parla di terapia ormonale sostitutiva. Il professore conferma infatti che alcune terapie possono influenzare la malattia: "La terapia ormonale sostitutiva della menopausa può riattivare alcuni sintomi dell’endometriosi", chiarisce. Invitando, successivamente, a prestare attenzione alla "comparsa di cisti ovariche endometriosiche in postmenopausa, che richiedono l’intervento chirurgico di asportazione delle ovaie, in quanto aumentano il rischio oncologico". Per il resto, prosegue Petraglia, non è richiesto un trattamento continuativo: "La paziente con endometriosi quando va in postmenopausa non richiede trattamento per l’endometriosi".
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Consigli pratici, monitoraggio e risposta soggettiva
Infine, abbiamo chiesto al ginecologo quali sono i consigli pratici per chi entra in menopausa con una storia di endometriosi. La sua raccomandazione è chiara: "La paziente con endometriosi in postmenopausa deve valutare la scelta di una terapia ormonale sostitutiva per i sintomi della menopausa con il proprio ginecologo curante." A conferma, ulteriore, di quanto questa patologia abbia andamenti (anche in relazione alla risposta alle terapie) molto differenti da soggetto a soggetto, motivo per il quale le valutazioni circa il monitoraggio più opportuno devono essere fatte in concerto con il professionista che conosce la storia clinica della paziente.
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