Biennale, Buttafuoco strappa con Giuli: “Padiglione della Russia, non abbiamo violato le norme”. E il ministro valuta la “sfiducia”
Il ministro della Cultura Alessandro Giuli e il presidente della Biennale di Venezia Pietrangelo Buttafuoco
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Venezia, 17 marzo 2026 – Continua ad abbassarsi pericolosamente la temperatura in Laguna. La freddezza istituzionale ai vertici della cultura italiana spinge sempre più giù il termometro diplomatico verso un punto di non ritorno. Quello che era iniziato come un dissenso interno tra il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, e il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, si è trasformato in una crisi aperta che minaccia di paralizzare l’ente lagunare proprio alla vigilia della grande esposizione internazionale.
Il braccio di ferro non riguarda più soltanto la visione artistica o la gestione amministrativa, ma tocca le corde sensibilissime della politica estera e della tenuta diplomatica del Paese. Il punto di rottura definitivo si è consumato martedì 17 marzo, quando la Biennale ha risposto formalmente alla richiesta del Ministero di visionare tutta la corrispondenza intercorsa con le autorità di Mosca per il ritorno del Padiglione Russia, accompagnando l’invio con una nota ufficiale della Fondazione che è suonata come una sfida diretta al Collegio Romano: “Nessuna norma è stata violata”.
Secondo la presidenza di Buttafuoco, la scelta di riaprire le porte agli artisti russi – con l’intento dichiarato di ospitare voci del dissenso – rientra pienamente nell’autonomia statutaria della Biennale e non viola il sistema di sanzioni internazionali. Una posizione che il Ministero della Cultura ha rigettato con forza, ritenendo che una decisione di tale portata geopolitica non potesse essere presa senza un coordinamento preventivo con il governo, specialmente in una fase così delicata dei rapporti internazionali che vede l’Italia impegnata nel sostegno al popolo ucraino.
Biennale di Venezia nel caos. Derby a destra sulla Russia. La cultura è sempre politica
Il clima di estrema tensione ha alimentato un’indiscrezione che ha scosso i palazzi veneziani nelle ultime ore: il ministro Giuli starebbe valutando seriamente di disertare la conferenza stampa di giovedì in cui verrà presentato il Padiglione Centrale della Biennale, riqualificato con fondi del Pnrr. Se confermata, l’assenza del rappresentante del Governo sarebbe il segnale di una “sfiducia politica” totale verso l’operato di Buttafuoco.
A pesare sulla decisione del ministro anche il caso di Tamara Gregoretti, rappresentante del MiC nel consiglio di amministrazione. Nonostante le pesanti pressioni per le sue dimissioni, la consigliera ha confermato ieri la volontà di restare al suo posto. Una resistenza che ha spinto il Ministero a dichiarare che chi non si dimette “rappresenta ormai solo se stesso”.
Come si costruisce una scena artistica nazionale rilevante in una piattaforma globale come la Biennale di Venezia
Intanto la Fondazione ha incassato l’appoggio del vicepremier Matteo Salvini: “Non è che allontanando le ballerine o i pittori o gli atleti paralimpici russi risolviamo il conflitto: semplicemente lo complichiamo. Io invito il presidente Buttafuoco ad andare avanti sulla strada del dialogo”. In uno scenario che resta di instabile equilibrio nella gestione degli eventi culturali, la giornata va in archivio con una Biennale arroccata nella difesa della propria indipendenza artistica e un ministero che continua a reclamare il diritto di indirizzo sulle grandi istituzioni nazionali. E oltre alle tensioni legate alla Russia, si è aperto anche un nuovo fronte di contestazione: la partecipazione di Israele. Una vasta mobilitazione coinvolge artisti, curatori e operatori culturali che chiedono l’esclusione dello Stato israeliano dalla rassegna.
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