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L’Ue di von der Leyen, la nuova casa del socialismo

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Dietro le promesse di competitività e indipendenza, Bruxelles rilancia dirigismo, politica industriale e regolazione. Il mercato resta sotto tutela e la libertà economica arretra.

Il discorso sullo Stato dell’Unione, pronunciato da Ursula von der Leyen il 16 settembre davanti al Parlamento europeo riunito in plenaria a Strasburgo, ha almeno un merito: rende sempre più chiara l’idea di Europa che si sta consolidando nelle istituzioni comunitarie. È un progetto nel quale la politica pretende di conoscere la direzione verso cui deve muoversi l’economia e, forte di questa convinzione, seleziona le tecnologie da favorire, indirizza gli investimenti, individua le produzioni strategiche e arriva a correggere persino i comportamenti di imprese e cittadini. A fronte di ciò, quando i risultati tardano ad arrivare, raramente viene messo in discussione il principio che ha guidato quelle scelte; si conclude invece che occorrano maggiori risorse, nuovi strumenti e un coordinamento ancora più esteso.

Il punto è politico prima ancora che economico. Il socialismo storico puntava alla proprietà collettiva dei mezzi di produzione e nessuno può sostenere seriamente che questo sia il programma della Commissione. Nondimeno, è sopravvissuto un nucleo di quella concezione: l’idea che esista una direzione della storia conoscibile in anticipo e che il potere politico abbia il compito di accompagnare la società verso quella destinazione. Ebbene, se il determinismo marxista affidava questo movimento alle presunte leggi della storia, il dirigismo contemporaneo lo affida piuttosto a piani, obiettivi, regolamenti, incentivi e divieti. In pratica, cambiano gli strumenti e le finalità, resta la presunzione di conoscere il punto di arrivo.

Il discorso di Strasburgo ne offre numerosi esempi. Il citato presidente parla di un’Europa che deve “tracciare la propria strada”, trasformare la propria politica industriale, conquistare maggiore indipendenza e rafforzare le........

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