Fisco, il vero taglio è lasciare il reddito a chi lo produce
Irpef, flat tax per i giovani e cedolare secca sui negozi entrano nel cantiere della manovra. Il nodo vero è smettere di considerare ogni riduzione d’imposta come una concessione dello Stato.
Nel lessico della finanza pubblica, quando lo Stato incassa meno si parla quasi sempre di “costo”. Se un’aliquota scende, occorre trovare la “copertura”; se una tassa non viene applicata, si contabilizza il “mancato gettito”. È una convenzione contabile che rovescia la prospettiva economica: il reddito nasce prima dell’imposta, è prodotto infatti dal lavoro, dal capitale, dal risparmio e dallo scambio. Non è lo Stato a concederne una parte al contribuente; è il contribuente a trasferirne una parte allo Stato.
Il pacchetto fiscale allo studio per la prossima manovra rende evidente questa tensione. Il viceministro dell’Economia Maurizio Leo ha indicato tre possibili interventi: estendere fino a 60mila euro lo scaglione Irpef oggi tassato al 33 per cento, introdurre una flat tax per i redditi dei giovani neoassunti con incentivi alle imprese e riaprire la cedolare secca per le locazioni commerciali.
Dal 2026 l’Irpef applica il 23 per cento fino a 28mila euro, il 33 per cento tra 28mila e 50mila e il 43 per cento oltre questa soglia. Portare il limite del secondo scaglione a 60mila euro significherebbe ridurre di dieci punti l’aliquota marginale sulla quota di reddito compresa tra 50mila e 60mila euro. Il beneficio massimo lordo, per chi raggiunge o supera i 60mila euro, sarebbe quindi di mille euro l’anno.
Il punto, però, è più ampio. Un sistema che tassa con il 43 per cento l’ultimo euro guadagnato, prima ancora delle addizionali e degli altri prelievi, modifica inevitabilmente le scelte individuali: quanto lavoro aggiuntivo accettare, quanto........
