Civili in trappola: il volto più crudele dell’occupazione russa
Ci sono città che non vengono soltanto occupate. Vengono chiuse, isolate, affamate, svuotate lentamente della vita. Non con un unico bombardamento, non con un assalto spettacolare, non con quelle immagini che per qualche ora conquistano le aperture dei telegiornali. Ma con un metodo più silenzioso e forse ancora più crudele: togliere il cibo, rendere impossibile uscire, impedire ai feriti di essere curati, trasformare ogni strada in una possibile condanna a morte. È quello che sta accadendo a Oleshky, nel sud dell’Ucraina occupata dai russi, sulla riva sinistra del Dnipro, di fronte a Kherson. Oleshky non è una nota a margine della guerra. È una fotografia della guerra russa quando i riflettori si spengono. Una città che prima dell’invasione contava circa ventiquattromila abitanti e che oggi trattiene, come in una trappola, poche migliaia di persone, in larga parte anziani, malati, civili senza mezzi, persone che non hanno più la forza fisica o economica per fuggire. Intorno, mine. Sopra, droni. Davanti, strade interrotte. Dietro, un’occupazione che non protegge, non assiste, non garantisce, ma lascia marcire. La Missione di monitoraggio delle Nazioni Unite per i diritti umani in Ucraina ha lanciato l’allarme con parole che non lasciano molto spazio alle interpretazioni: migliaia di civili intrappolati nelle aree di prima linea della regione occupata di Kherson sono esposti a rischi gravissimi per la vita, alla mancanza di cibo e all’assenza di assistenza medica.
Tra Oleshky, Hola Prystan e gli insediamenti vicini, le autorità ucraine stimano che possano trovarsi ancora fino a seimila civili, compresi oltre centottanta bambini. Non combattenti. Non soldati. Non obiettivi militari. Persone. La geografia, in questo caso, è diventata una sentenza. Oleshky si trova in una zona che la guerra ha reso quasi irraggiungibile. Le vie di accesso sono disseminate di mine e battute dai droni. I........
