Ayn Rand e la civiltà dei lumi
Ayn Rand non appartiene al novero degli autori che Stefano Bruno Galli frequenta abitualmente nei suoi percorsi di ricerca. Il professore dell’Università Statale di Milano lo ha ribadito con franchezza all’inizio della quinta lezione della John Galt School, ringraziando gli studenti per avergli dato l’occasione di avvicinarsi a una pensatrice che sta conoscendo una rinnovata fortuna anche in Italia. Negli ultimi anni si è diffusa una sorta di “Rand-mania”: lettori, studiosi e accademici hanno ritrovato nel pensiero randiano una freschezza inattesa e un vigore ormai raro nella difesa della libertà.
Se osservata nella sua produzione complessiva, Ayn Rand difficilmente può essere definita una scrittrice politica stricto sensu. La sua fisionomia intellettuale sfugge alle categorie comunemente intese: fu romanziera e polemista, costruttrice di un sistema morale, interprete radicale del capitalismo e dell’individualismo americano. Le basi dottrinarie dell’Oggettivismo appaiono robuste in molti passaggi, benché non manchino aspetti lacunosi o incongruenze teoriche che si manifestano in alcune contraddizioni biografiche. Per questa ragione, Galli ha invitato a guardare Ayn Rand con lucidità, sapendo che molti intellettuali conoscono una frattura tra la loro vita e i valori che professano.
L’esempio più celebre di tale incoerenza resta Jean-Jacques Rousseau. Il fondatore della pedagogia moderna, autore dell’Emilio nel 1762, affidò all’Hôpital des Enfants-Trouvés di Parigi i cinque figli avuti da Thérèse Levasseur, sua compagna e poi moglie. Nel libro Intellettuali, il saggista britannico Paul Johnson costruì una lunga requisitoria contro le discrasie del ceto intellettuale moderno, mostrando quanto spesso gli uomini che pretendono di educare il mondo falliscano davanti alle responsabilità quotidiane. Ayn Rand non sfugge del tutto a questo genere di scrutinio. Le sue fragilità caratteriali esistono e vanno considerate senza reticenze, perché aiutano a capire dove il personaggio storico si separi dall’immagine marmorea costruita dai suoi ammiratori.
L’indole più autentica di Ayn Rand va cercata nei romanzi. I suoi saggi ordinano il sapere entro confini rigidi, assegnandogli una funzione prescrittiva. Nel repertorio letterario, al contrario, il pensiero respira con maggiore naturalezza. I suoi protagonisti possiedono una forza simbolica che nessun trattato avrebbe potuto restituire con pari efficacia. Howard Roark, Dagny Taggart, Hank Rearden e John Galt trasformano la filosofia in azione, mantenendo una fedeltà incrollabile al proprio giudizio. La scrittrice prevale sulla teorica ogni volta che la libertà individuale smette di essere un enunciato e diventa il destino dei suoi personaggi.
Per collocare Ayn Rand in modo adeguato, Galli ha suggerito di ricorrere alla intellectual history, una disciplina sviluppata nelle università angloamericane che si fonda su un approccio trasversale alla storia delle idee politiche. In Italia si parla tradizionalmente di “Storia delle dottrine politiche”: un’espressione nobile ma austera, gravata da una coloritura teologica. Il termine “dottrina” richiama un corpo ordinato di princìpi, un apparato compatto, una struttura interpretativa chiamata a spiegare lo Stato, i poteri costituzionali e le libertà. Se la intendessimo in senso rigoroso, è una prospettiva che tende a raccogliersi attorno a pochi, grandi nomi: Machiavelli, Bodin, Hobbes, Locke, Montesquieu, Tocqueville, Sieyès,........
