Il bello, il buono e il coltello
Esistono uomini che hanno dipinto capolavori dopo avere impugnato una spada, scritto grandi romanzi dopo avere accoltellato la moglie, composto musica sublime dopo avere commesso un omicidio. La storia dell’arte ne ospita un numero sufficiente da rendere piuttosto imprudente qualsiasi tentativo di ricavare la bontà di una persona dalla bellezza delle sue opere. Eppure questa elementare cautela sembra oggi quasi rivoluzionaria. Abbiamo ripreso a domandare ai quadri, ai romanzi, ai film e alle canzoni non soltanto di essere belli, intensi o formalmente riusciti, ma di esibire anche un certificato di buona condotta. Se poi l’autore è morto da qualche secolo, il controllo può richiedere un certo lavoro d’archivio; ma, con un po’ di buona volontà, si trova quasi sempre qualcosa che gli impedirebbe di partecipare serenamente a un festival contemporaneo.
Immanuel Kant, che conduceva una vita tanto metodica da permettere agli abitanti di Königsberg di regolare gli orologi sulle sue passeggiate, aveva pensato di tenere distinti il bello, il piacevole e il buono. Il piacevole soddisfa un’inclinazione personale: mi piace questo vino, quel profumo o quella poltrona, e non pretendo che l’umanità intera sottoscriva la mia preferenza. Il buono implica invece un concetto, una finalità, un interesse morale o pratico. Il bello produce infine un piacere disinteressato, che aspira a essere condiviso senza poter essere dimostrato come un teorema o imposto come un dovere. Ciò non significa che Kant scavasse un fossato invalicabile fra estetica e morale. Nella Critica della facoltà di giudizio arrivò a definire il bello “simbolo del bene morale”. Un simbolo, tuttavia, non è un’identità: la colomba può simboleggiare la pace, ma non per questo è autorizzata a firmare trattati internazionali. Allo stesso modo, la bellezza può richiamare la libertà morale senza coincidere con essa, mentre la bontà di un messaggio non garantisce affatto la bellezza della forma attraverso la quale viene trasmesso.
Kant ci permette così di distinguere due tipi di giudizi che riguardano oggetti differenti. Il giudizio estetico verte sull’opera; quello morale e giuridico verte sui comportamenti della persona. Non sono due sentenze emesse dal medesimo tribunale, ma procedimenti affidati a corti diverse, dotate di criteri e competenze differenti. Il critico può stabilire se un quadro sia riuscito, mentre difficilmente gli affideremmo la determinazione della pena per omicidio; il giudice può stabilire se un imputato sia colpevole, ma sarebbe singolare che aggiungesse alla condanna una nota sulla debolezza prospettica dei suoi paesaggi.
La persona e l’artista hanno naturalmente lo stesso corpo, lo stesso nome e, nei casi peggiori, la stessa arma. Non coincidono però come oggetti del giudizio. La persona è autrice delle proprie azioni e ne risponde moralmente e giuridicamente; l’artista è autore dell’opera, che viene giudicata secondo criteri estetici. Confondere questi due piani significa concedere al talento un’assurda attenuante oppure attribuire a un quadro la responsabilità di un delitto che non ha commesso.
Caravaggio, per esempio, ebbe una certa difficoltà a separarsi dalla spada. Le carte della polizia romana lo seguono attraverso........
