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L’eredità di Giovanni Falcone

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23.05.2026

Sono passati 34 anni da quando la mafia, o meglio ‒ come mi avrebbe corretto lui stesso ‒ la Cosa nostra siciliana, ha ucciso Giovanni Falcone, insieme a sua moglie Francesca, e tre uomini della sua scorta, sull’autostrada che lo riportava a casa, vicino a Capaci, tra l’aeroporto di Palermo e la città.

Gli studenti delle scuole italiane lo conoscono, pur non essendo dei suoi contemporanei. È ormai indiscutibilmente un eroe nazionale, anzi, un martire della Repubblica, per aver versato il suo sangue per la libertà della Sicilia, e dell’intera Nazione, dall’oppressione mafiosa.

Ancora oggi viene “usato come clava”, per sostenere idee e progetti a lui del tutto estranei, per mere convenienze politiche e di potere, senza averlo mai ascoltato, capito e difeso, soprattutto quando erano in molti ad attaccarlo, e non solo tra la criminalità organizzata che aveva strenuamente ed efficacemente combattuto.

Sono stato accanto a Giovanni Falcone al Ministero della Giustizia nell’ultimo periodo della sua vita. Non posso dire il più difficile, perché credo di momenti facili non ne abbia mai veramente vissuti, almeno da quando iniziò a svolgere il ruolo di Giudice istruttore a Palermo; e fare una graduatoria tra isolamento, attentati, accuse infamanti e la strage in cui venne assassinato risulta davvero assai arduo, posto che nel mezzo c’era solo il lavoro.

Eppure, quando arrivava il lunedì mattina da Palermo, con gli appunti delle cose da fare durante la settimana, elaborati tra il sabato e la domenica a casa insieme a sua moglie Francesca, magistrato anche lei, c’era sempre il tempo per uno scherzo, una battuta, un po’ di buon’umore, anche quando la pressione dall’esterno era davvero pesante.

Allora non avevo nessuna consapevolezza dell’eccezionale portata del disegno e della strategia di contrasto del crimine mafioso che era nella sua mente, e che giorno dopo giorno prendeva corpo nelle iniziative che suggeriva e nelle leggi che proponeva.

Avevo solo un grande entusiasmo, perché avvertivo la certezza che, con Giovanni Falcone al comando, la battaglia contro la mafia sarebbe stata vinta. E, senza alcun merito, mi trovavo giovanissimo al suo fianco, ma solo perché molti altri magistrati, ben più titolati di me, si erano rifiutati di venire a lavorare con lui.

Ricordo ancora che, appena dopo la strage di Capaci, il Ministro della giustizia dell’epoca, Claudio Martelli, tenne una conferenza stampa nella quale disse che la morte di Giovanni Falcone sarebbe stato il peggiore affare di Cosa nostra, perché l’avrebbero pagata caramente.

Non so se lo disse per confortare una Nazione smarrita, oppure se ne fosse convinto seriamente. Io fui da subito convinto del contrario, perché sapevo cosa era stato fatto al Ministero della Giustizia sotto la guida di Giovanni Falcone, cosa si stava facendo, e cosa non sarebbe stato fatto mai più.

Giovanni doveva ancora prendere possesso al Ministero della Giustizia quando infervorava la polemica per la scarcerazione di Michele Greco più 43 imputati, cioè i vertici di Cosa nostra nel Maxiprocesso, per decorrenza dei termini di custodia cautelare, in virtù di una interpretazione delle norme piuttosto favorevole per questi ultimi.

Non aveva ancora preso possesso al Ministero,........

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